Ripensare, in questo contesto, il ruolo che la giustizia svolge in difesa della democrazia e a tutela dei diritti umani e civili, è, a nostro avviso, prioritario, nel momento in cui, come cittadini e cittadine, ci interroghiamo sul “mondo che verrà” e che sta già avvenendo, ispirato ai nuovi totalitarismi della forza e del controllo mediatico, dell’imprevedibilità del potere esercitato come sopraffazione, dell’abbandono di ogni forma di multilateralismo e del disprezzo del diritto internazionale.
Con la dr.ssa Danila Indirli affronteremo un tema essenziale dal punto di vista sociale e comunitario, quello della giustizia riparativa, che la riforma Cartabia del 2022 (D. Lgs. 150/2022) ha introdotto e che ha, di fatto, interagito con una Cultura della Mediazione e della formazione alla Mediazione, già avviata in Italia, sin dagli anni Novanta del secolo scorso, dall’attività di enti locali e associazioni private, in collaborazione, attraverso protocolli appositamente siglati, con l’Autorità Giudiziaria.
Un’esigenza specifica, quella della giustizia riparativa, nata dal basso, dunque, cioè dal mondo della società civile, che la Riforma Cartabia ha accolto, rielaborato e reso a tutt’oggi totalmente operativa, trasformando in una norma acquisita e vissuta quella che era stata semplicemente una prassi complementare alla giustizia tradizionale e contribuendo anche alla riduzione dei tempi dei processi.
La giustizia riparativa si propone di affrontare il conflitto tra vittima e autore del reato coinvolgendo, tramite la figura di un mediatore equo-prossimo, in veste di facilitatore del dialogo, l’intera comunità, non solo come contesto generico, ma come protagonista attiva del superamento dei problemi derivanti dal conflitto tra le due parti.
Nel chiedersi se sia possibile “riparare” ad un reato, di piccola, media e alta gravità, di fatto la giustizia riparativa pone le basi per un approccio complementare alla mera logica della pena, ponendo il problema prioritario della reintegrazione e della ricostruzione dei legami sociali all’interno di una comunità ferita dal delitto. Un approccio sociale e comunitario che richiama le radici cristiane della società civile e che fa appello ad una solidarietà sociale comunitaria emersa dai movimenti di emancipazione degli ultimi due secoli.
Riparare significa avere interesse a ricostruire fili e catene di relazioni psicologiche e sociali, avvertite come fondamentali per la sopravvivenza della comunità, e non, semplicemente e banalmente, esercitare una sorta di “azione buona” di comprensione e di reintegro. Non mero “buonismo”, dunque, come pure pretenderebbe qualche “spirito securitario” oggi di moda, ma ragionamento etico, kantianamente ispirato al bene comune e al riconoscimento dell’altro e della realtà storica e sociale.
Operando in parallelo con il processo penale, e non in sostituzione, la giustizia riparativa offre impatti concreti all’evoluzione del processo penale e alla definizione della pena, contribuendo a salvaguardare diritti umani ineludibili. Soprattutto in ambito minorile quando in gioco non è solo la vita del singolo, ma la permanenza, per le giovani generazioni, dei valori etici e sociali acquisiti dalla comunità, la giustizia riparativa può contribuire al definitivo superamento dei conflitti associati al delitto e all’avvio di una ricostruzione stabile delle relazioni sociali.
Una ricostruzione che non sempre la sola giustizia retributiva è in grado di garantire e che l’idea di riparazione al reato rende invece credibile e possibile, sostituendo alla punizione come vendetta la ricostruzione dei legami sociali e della fiducia reciproca come riconciliazione.
Del resto, il rifermento storico e politico più recente, per il tema della giustizia riparativa, si ritrova nel pensiero e nell’azione politica del Presidente Nelson Mandela, che, nel 1995, nel dopo apartheid, istituì in Sud Africa, insieme all’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, la “Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione” (TRC),basandosi sul concetto etico-filosofico africano di Ubuntu (“Io sono perché noi siamo”), riconoscendo l’umanità del colpevole per costruire il futuro insieme.
La possibilità della giustizia riparativa veniva indicata da Mandela per i crimini commessi dai detentori del potere nei venticinque anni di segregazione razziale, aprendo la strada alla riconciliazione come soluzione di pace sociale e giuridica.
Un riferimento alto, che la giurista italiana Marta Cartabia, già Ministra della Giustizia, ha sicuramente tenuto presente nell’elaborare un progetto di riforma innovativo e aperto alla responsabilità e alla responsabilizzazione.
La Dr.ssa Danila Indirli saprà sicuramente analizzare e approfondire, a tò Kalòn queste tematiche, egregiamente e proficuamente, sia per competenza ed esperienza professionale, sia per sensibilità intellettuale e culturale.
Danila Indirli, salentina trapiantata in Emilia Romagna, dove ha lavorato e dove vive tutt’ora, testimonia di una vita professionale interamente alimentata dalla ricerca della giustizia e dal rispetto per la democrazia: ha svolto, nell’arco di circa quarant’anni, le funzioni di giudice penale, giudice civile e pubblico ministero, come sostituto procuratore presso la Procura di Ravenna dal gennaio 1992 ad ottobre 2002. Giudice, prima presso la sezione penale poi presso la sezione civile del Tribunale di Ravenna, e dal 2010, presso il Tribunale per i Minorenni di Ancona, inizialmente con funzioni di giudice civile e di giudice per le indagini preliminari, poi del dibattimento penale. Dal 2014 ha svolto le funzioni di secondo grado presso la Corte d’Appello di Bologna sia in campo penale, anche minorile, sia in campo civile, con specializzazione in materia di minori, famiglia, diritto d’asilo.
Mediatrice e componente del Comitato scientifico presso il Centro Italiano di Mediazione e Formazione alla Mediazione di Bologna, che segue l’indirizzo del Prof. Adolfo Ceretti, Professore Ordinario di Criminologia e docente di Mediazione reo-vittima presso l’Università degli Studi Milano Bicocca, Danila Indirli rivendica, a tutt’oggi, un percorso di formazione continua con aggiornamenti socio-culturali sui temi della famiglia e dei minori e con funzioni di mediatrice penale.
Amica di tò Kalòn da tempo e già protagonista dell’incontro sull’educazione, tenutosi nello scorso settembre, Danila Indirli, che in questi giorni si trova in Salento, sarà ben contenta di portare ancora una volta la sua importante testimonianza su temi intensi e delicati come quello della riparazione giuridica e di riflettere in comunità su “Giustizia e (è) Democrazia”: non un semplice accostamento di termini, ma un binomio “essenziale”, nei tempi che stiamo vivendo.
Nessuno mancherà all’appello. Saremo tutti presenti e partecipi.
[“Il pensiero mediterraneo” del 9 gennaio 2026]




































































