di Antonio Errico

In casa di persone che mi sono care c’è un dipinto di Ugo Tapparini. Ci sono anche altre opere appese alle pareti, ma ogni volta lo sguardo va su quella tela, quasi che sia una cosa naturale, quasi che quei colori appartengano al paesaggio del pensiero.
Di Ugo Tapparini mi aveva parlato Edoardo De Candia, una sera che si andava per quella strada che da Porta Napoli arriva a Piazza Duomo. Tapparini è geniale, diceva De Candia. Non era consueto, non era normale, che Edoardo parlasse in questo modo dei pittori. Quando parlava di pittori rideva e rideva, con la testa in alto e la bocca spalancata. Ma di Tapparini diceva: è geniale. Si riferiva a quell’universo di corpi che è la versione più conosciuta dell’opera di Tapparini, a quella folla di figure dalla fisicità dilatata, a quelle corporeità femminili che incombono, sovrastano, invadono (conquistano?) lo spazio, sorreggendo (proteggendo?) comparse di minuscoli uomini quasi privi di vitalità.
È probabilmente questo contrasto che costituisce la testimonianza di una visionarietà artistica che anticipa i tempi della Storia. È una proiezione dell’immaginario, uno sfondamento delle frontiere della mentalità, un ribaltamento dell’opinione comune, della vulgata. Le amplificazioni del corpo femminile raccontano il declino delle fonti di ispirazione provenienti dalla tradizione e l’insorgere di nuovi codici socioculturali dai quali l’arte può ricavare modelli.




































































