di Antonio Errico

Forse si tornerà indietro, ad un’epoca lontana. Forse faremo come quei filosofi che insegnavano oralmente. Per la prima volta nella storia delle civiltà, il sopraggiungere di nuovi strumenti della tecnologia potrebbe determinare un riavvolgersi del tempo. L’esistenza di ChatGpt e strumenti consimili potrebbe comportare, nel campo dell’istruzione, il ricorso a “modelli di insegnamento fondati sulla trasmissione orale del sapere. La scuola e l’università del futuro, in altre parole, potrebbero assumere caratteri ‘medievali’, se non arcaici, perché basati sulla riscoperta della parola orale, dell’argomentazione, del dialogo”. E’ questo il possibile paesaggio culturale del futuro disegnato da Luca Ricolfi in un editoriale del “Messaggero” di qualche giorno fa, nel contesto di un ragionamento rigoroso e più ampio che pone domande e fornisce risposte su una questione fondamentale perché riguarda gli scenari dell’istruzione e quindi la formazione del pensiero.
Allora, diventa inevitabile chiedersi quale sarebbe il destino della scrittura in una dimensione didattica strutturata sull’oralità e a chi sarebbe affidato il suo insegnamento nel caso dovesse servire per qualche faccenda che richiede una traccia che rimanga nel tempo.




































































