Manco p’a capa 290. La parola dell’anno

di Ferdinando Boero

Ogni fine anno i dizionari e istituti linguistici di vari paesi provano a catturare lo “spirito del tempo” proponendo la parola dell’anno. Non si sceglie il vocabolo più usato, ma quello che racconta come abbiamo vissuto, che cosa ci ha attraversato, come pensiamo e come comunicano le nostre società. Nel 2025, per la Treccani, fiducia è la parola dell’anno: definisce un tempo segnato da tensioni sociali e dalla ricerca di punti di riferimento condivisi in mezzo all’incertezza collettiva. L’Oxford English Dictionary ha incoronato come parola dell’anno rage bait, l’“esca della rabbia”: contenuti digitali progettati per provocare indignazione e rabbia, e massimizzare così traffico e coinvolgimento online. Altri dizionari hanno scelto termini altrettanto rivelatori, come parasocial, proposto da Cambridge: che cattura relazioni unilaterali con celebrità o intelligenze artificiali. Oppure vibe coding, proposto da Collins: legato alla relazione tra linguaggio e codifica nei nuovi strumenti digitali. Nonostante la loro potenza evocativa, questi esercizi di lessicografia spesso ci entrano in testa senza che ci fermiamo a pensare a come le parole plasmino il pensiero, e viceversa.

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