di Adele Errico

Verrebbe da dire che Donne dell’altro mondo (Manni, 2025) di Antonella Barina è un libro sulla gioia. “La gioia di scrivere” – poetava Wislawa Szymborska nella terzina finale di Uno spasso – per Barina che si ritrova a dover scartare con dolore numerose storie raccolte per sceglierne, per questo libro, solo nove. E la gioia di vivere delle nove donne protagoniste che hanno riscritto il futuro, portando avanti “rivoluzioni silenziose”, lavorando nell’ombra, nell’umiltà. Nove attiviste che hanno scelto di lottare per gli altri. La stessa Barina è una di loro, ha girato il mondo come giornalista dai primi anni Ottanta. Ha realizzato reportage su temi culturali e sociali prima per “L’Europeo”, in seguito come inviata del “Venerdì” di Repubblica per cui cura la rubrica “Noi e gli altri”. Un libro dedicato a donne che hanno scelto strade insolite, magari rischiose, magari scomode. Strade poco prudenti. Ma “i prudenti, si sa, non hanno mai cambiato il mondo”. Non saranno stati prudenti Gino Strada, don Ciotti, don Gallo. Solo che i loro nomi sono conosciuti anche dai non “addetti ai lavori”. Perché, allora, non far conoscere le storie anche delle donne che hanno osato non essere prudenti? Le donne che, entusiaste, hanno messo la loro intelligenza e il loro cuore a servizio dell’altro. Vittoria Savio è la nonna sul tetto del mondo. A Cusco, in Perù, ha realizzato una casa rifugio per le bambine schiave delle famiglie ricche. Le “niñas” erano incuriosite dai sorrisi di quella nonnina pelle e ossa. Prima era stata insegnante di Matematica. Poi il mondo e le sue brutture avevano iniziato a chiamarla. Così, il Perù.




































































