Il Salento leccese flagellato dalla rabbia tra ‘800 e ‘900 (Parte prima)

di Roberto Orlando


Caccia a un cane rabbioso, in una xilografia medievale (Tratto da Mary J. Dobson, Disease, 2008)

     La rabbia ha una lunga storia che ha plasmato la salute sia umana che animale sin dall’inizio dei casi riportati molti secoli fa. Questa malattia (detta anche idrofobia, ossia terrore dei liquidi, essendo uno dei sintomi della malattia) è una letale encefalite virale causata da un virus (Rabies lyssavirus) della famiglia dei Rhabdoviridae trasmesso all’uomo e tra animali da cani, gatti, moffette, donnole, volpi, pipistrelli, lupi, manguste, tassi, faine, e altri, attraverso il morso o graffi e lambimenti.

     Il più remoto riferimento alla rabbia si riscontra in un codice sumero (IV-III millennio a. C.). Notizie sulla malattia si trovano anche negli antichi testi cinesi, indiani, ebraici, arabi, greci e romani. Questo morbo viene citato anche nell’Iliade di Omero, dove Ettore viene insultato come “cane rabido”. Soprattutto nel periodo romano gli scrittori furono abbastanza precisi nel descrivere il comportamento degli animali malati, i metodi per sfuggire al contagio e i tentativi di cura tramandati; tra essi figurano Plinio il vecchio (23-79), Aulo Cornelio Celso (25 a.C.- 45-d.C.), Dioscoride di Pedanio (40 circa-90 circa) e Galeno di Pergamo (circa 129-216). Le loro teorie sulla rabbia giunsero fino al Medioevo e poi all’età moderna accompagnate dall’idea della necessità di ‘estirpare’ dal corpo di coloro che erano stati morsi da animali malati una sorta di veleno che lentamente e inesorabilmente si sarebbe propagato.

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