di Antonio Errico

Ci sono stagioni dell’esistenza e della scrittura in cui la poesia prende il passo di una prosa, racconta storie di presente e di passato. Così è stata la poesia di Giuseppe Conte, per tanto tempo. Poi le stagioni cambiano, e vengono quelle in cui la poesia si fa di poche parole, e non racconta più storie, ma dice di improvvise emozioni, di sensazioni, trasalimenti, percezioni, stupori, sorprese che si presentano allo sguardo, soprassalti di colori, commozioni dalla causa indecifrabile, intuizioni di senso. Così si è fatta la poesia di Giuseppe Conte in Centostelle a prua. Si è trasformata in haiku, una forma che, come dice Maurizio Nocera nella sua nota, ha affascinato i grandi della psicologia e della psicoanalisi: Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Erich Fromm. Si è fatta così, dunque, la poesia di Conte, e forse la ragione si può rintracciare in una trasformazione delle modalità con cui si osservano i fenomeni del mondo e nella funzione che assume la parola nella rappresentazione di quei fenomeni. Ora la parola di Giuseppe Conte richiede – pretende – un’importanza assoluta. Non accetta mediazioni. Vuole significare per quello che è.




































































