di Roberto Orlando

Caccia a un cane rabbioso, in una xilografia medievale (Tratto da Mary J. Dobson, Disease, 2008)
(continuazione)
In Terra d’Otranto la rabbia era temutissima, solo pronunciare quel nome seminava il panico tra la popolazione, considerate la massiccia presenza di cani randagi che scorrazzavano liberamente per le strade di Lecce, dei numerosi paesi e nelle campagne, e la sua diffusione, un vero e proprio flagello.
Negli Archivi delle tre province salentine sono conservati alcuni documenti relativi ai provvedimenti adottati dalle autorità provinciali e comunali; normative, istruzioni per combattere la diffusione della rabbia, denunce, provvedimenti di polizia e rapporti medici che decidevano sulle sorti di uomini e animali. Ciò rivela quanto allarmante fosse tra ’800 e ‘900 la paura dei cani rabbiosi o, meglio, randagi.
Lo spettro della rabbia era sempre presente ed i controlli sui cani, tenuti alla catena o liberi con la museruola, si fecero più stringenti. Le multe erano gravose, in particolare per i contadini e gli allevatori, ed era naturale che gli stessi cercassero delle scuse, a volte giustificate, per evitare i controlli. D’altronde, le eventualità che un cane si svincolasse dal guinzaglio o dalle catene non erano poi tanto inconsuete.
Furono assunti addetti per accalappiare i cani, che venivano custoditi in appositi canili; se non erano reclamati entro un determinato tempo venivano uccisi o, se il padrone lo riprendeva, doveva pagare una tassa salatissima. Nei centri più popolati sui cani domestici furono introdotte delle tasse allo scopo di diminuirne il numero, spesso differenziate, a seconda che si trattasse di cani da guardia, da caccia o di lusso, e maggiorate per i cani ritenuti pericolosi. Di conseguenza, molti proprietari di cani se ne disfacevano per evitare di pagare.




































































