di Adele Errico

Ursula K. Le Guin
“Sulla spiaggia, in riva al mare, all’aperto, è lì che scrivono le donne? Non alla scrivania, in una stanza dedicata alla scrittura? Dove scrive una donna? com’è mentre scrive? qual è la mia immagine, la vostra immagine, di una donna che scrive?”. Questo si chiede Ursula Le Guin, nome tra i più significativi nell’ambito della fantascienza, nel saggio La figlia della pescatrice contenuto nella raccolta I sogni si spiegano da soli (SUR 2022). La domanda le sorge quando sua madre le chiede perché non scriva di donne. E una giovanissima Ursula risponde sinceramente che non sa farlo. Non sa come si fa perché non si è mai posta il problema, perché ha sempre pensato che l’unico modo per scrivere di donne fosse quello che avevano gli uomini. Uomini che scrivono di donne. Ma le donne che scrivono di donne? E quindi le viene in mente che era semplice e immediato immaginare un uomo che scrive: in una stanza, seduto a una scrivania. Ma non era altrettanto immediato immaginare una donna. Perché “ la donna che ha scritto il romanzo Americano eticamente più rilevante del diciannovesimo secolo” – Harriet Beecher Stowe, autrice di La capanna dello zio Tom – lo aveva fatto seduta al tavolo della cucina, tra bambini urlanti e piatti da lavare, mentre suo marito aveva “una stanza tutta per sé”. Eppure quel romanzo Harriet Beecher Stowe lo ha scritto lo stesso, pur continuando a preparare la cena e ad accudire i suoi figli.




































































