di Augusto Benemeglio

Andai a Santa Caterina di Nardò, che si affaccia sul Parco di Porto Selvaggio, stesi le mani e ordinai – sulla carta immaginaria – le mie vie, i miei giardini, i miei viali, le mie città invisibili, una ad una. Ed eccomi ora più solo di un cane svagato sul pontiletto di Santa Caterina a guardare le barche ormeggiate, e scattarmi un selfie dopo l’altro che, forse, poi pubblicherò su facebook, che è così pieno di facce, celebri e non. Ciascuno vuole il suo spazio. Del resto viviamo in una società facciale. Siamo maschere, medium sociali per eccellenza, come nel teatro greco, capaci di evocare la presenza degli dei in ritiro, o di rendere presente il volto dei defunti. Tutte queste facies, vultus, imago, persona, celebrano la presenza del kitsch e dell’orrido che è dentro di noi. Ricordo in rapida sequenza la maschera colossale di Mao Tse Tung, i volti dilaniati di Bacon, i film di Bergman con Bibi Andersson in primissimo piano, e poi il velo della Veronica su cui furono impressi i tratti del vero (?) volto di Cristo. Riecco la via Veneto di Apollonio e Fellini, la fontana di Anita Ekberg, dea del Walhalla, che spunta dall’acqua mentre un drappello di marinai americani con quella buffa divisa alla Stanlio ed Ollio, la saluta con urla selvagge, – hurrà! . E poi, in un balzo, eccomi ad Otranto, a osservare sulla banchina altri innumerevoli volti disfatti di albanesi, maschere allucinate da speranze e furori troppo a lungo repressi.




































































