Un Venerdì di passione

Ma dalla piana delle matinée rosate viene loro incontro don Tonino con un fascio di spighe di grano, e quel suo sorriso pieno di miraggi e di utopie, tipo la sua chiesa del grembiule – Non vi abbandonerò – dice – in questo giorno di abbandonati, non vi abbandonerò in mezzo alle croci, al deserto e alle macerie, alla puzza di vomito e di sudore, e poi va in tivù, nell’arena, nella trappola di Telekabul, che Michele il Rosso gli ha teso per darlo in pasto ai leoni, come Daniele. “Era destino che si dovesse perdere la ragione, e perfino il pudore, lacerarsi i sensi e fare un falò del tuo decoro, per inseguire la  follia della santità. La santità è come la genialità, non si eredita, è un dono che richiede  un esercizio costante e paziente di feroce umiltà. E solo allora, l’anima intimidita entra nella spirale dell’immensità, e non cerca più nulla, poiché nulla è da cercare e da capire: è solo Amore, e l’amore non ragiona! “.

“Non il vedere per primo qualcosa di nuovo, bensì il vedere come nuovo l’antico, ciò che è già anticamente conosciuto e che è da tutti visto e trascurato contraddistingue una mente diversa”.

Questa frase, che non ricordo più di chi sia,  mi ricordava un po’ padre Turoldo , un po’ Nietzsche, e un po’ il cardinale Ravasi. E anche, (chissà perché), Empedocle, tra le balaustrate di pietra e le simmetrie dei chiostri domenicani, coi finestroni lobbati, l’altare di Dio e i luoghi un tempo solcati dai torrenti. Me ne andavo come un girovago smemorato, metà viaggiatore e metà pellegrino, per le vie e per le piazze del Salento, in direzioni da me non volute. Chi mi portava avanti, chi spingeva i miei passi per i labirinti del granchio e della vite, per seguire una stella cometa già spenta, tra i campi liberi di Sir Lancellotto, la Madonna di Costantinopoli e il menhir di Montebianco?

Ecco il grande Ettore Vernole, tra le serre di Martignano e il litorale, e l’albero di pino col suo profondo silenzio, chiuso e segreto, i suoi casali bianchi, e Acaia, dentro le sue mura e il suo grandioso castello, che celebra la sagra della pittula. “Più non conosco la fame/ più non conosco la tavola vuota/ il piatto vuoto di orzo e di cacio/ il focolare senza fuoco, scrisse la poetessa Luigina Corciulo, una sorta di Emily Dickinson salentina, che soffriva di epilessia, malattia di cui allora ci si vergognava e si faceva divieto a chi ne fosse affetto di contrare matrimonio. “Ciò che fa la storia non può essere dedotto esclusivamente dalle fonti: occorre una teoria delle storie possibili perché le fonti possano cominciare a parlare”.

Ed è  con un sentimento di luttuoso sgomento, che ora vedo muovere le labbra mute del Grande Istrione, erede di Maramonte, antico sacerdote del menhir “Candido”, sito nel covone di grano di Campi, vicino alla zona dei quattro casali distrutti dai saraceni, che dice: Senza contrari non c’è progresso. Attrazione e Repulsa, Ragione e Energia, Amore e Odio sono necessari all’umana esistenza…”  Va detto che tra noi non c’è mai stata una parola, non una sola parola, in tanti incontri. Non ci siamo mai salutati, neppure un ciao di sfuggita, nelle bettole di Trastevere, o sull’aereo Roma-Brindisi, all’uscita del teatro Valle, o a Otranto, a casa di Florio Santini, e perfino – una volta – all’estero, a  Johannesburg, dopo aver visto entrambi i negri uscire dalle miniere di diamanti e messo, ciascuno di noi,  una benda nera di vergogna sui nostri occhi. Perché tutto ciò? Non lo so. E’ difficile dirlo. Ma forse è ancora quella benda nera che accieca la mia memoria. Lui mi guardava, coi suoi occhi da zombi, ma non mi vedeva affatto. In realtà era sempre altrove, cassa sonora di sublime e raro talento, fatta per parlare senza dire nulla. Sono stati momenti molto difficili da spiegare, fanno parte del mio esilio segreto, del mio tempo di mezzo: sono stato mezzo marinaio e mezzo scrittore, mezzo pellegrino e mezzo viaggiatore, in fondo sono  uno senza meta che ogni notte arde brevemente come un fiammifero svedese per cercare di illuminare e ritrovare un po’l’anima delle cose, come la Mimì della Bohéme, – rammentate? –  che ha perduto sia il lume che la chiave: “Chi arde non si consuma, e se vuoi ritrovare la tua anima bisogna che tu la perda!”

Ora sto tra le stelle e gli ulivi, nel paese che non c’è, dove un giorno venne Eugenio Barba a fare le prove del suo teatro etnico, a cielo aperto. Cento attori e danzatori per cinque spettatori. Qui riposa Antonio Leonardo Verri, il poeta con l’occhio strabico e l’eloquio incespicante, uno di quei “maledetti”delle terre salentine con il cuore tagliato a spicchi e con la sua lingua di carta, uno che non sapeva danzare, né andare in bicicletta. Vendeva le sue poesie in mezzo al traffico di Lecce , questo “fabbricante d’armonie”: cento lire al foglio! – Ecco, signori, disse un giorno con la sigaretta tra le labbra al limite del crollo nervoso, questa è la Grotta Romanelli, dove l’uomo cominciò – inconsciamente – dodicimila anni fa la sua lunga liturgia del mistero, della magia e della sacralità del sangue, che si sarebbe perpetuato nel tempo. Ma è difficile amare colui che viene nel sangue e nella polvere, amarlo nelle garze infette e la saliva amara, in ciò che disperde senza radice, in ciò che deborda nella cenere fredda, amarlo nel viso pieno di sputi e di spine, nella sua nudità di uomo esposto ad ogni fragilità. Nessuno cancelli dalla mia memoria le mie intramontabili passioni del venerdì santo, quando i miei lunghi studi senza aiuti e compensi mi rendevano gli occhi semi-ciechi e la mente che sembrava scoppiare da un momento all’altro – “Qui c’erano accademie/ e monaci sapientissimi: /o città gloriose / di sporcizia e d’abbandono!”- raccoglieva  ancora e soltanto lacrime, ma era necessario ritornare a occhi asciutti fra la gente che nessuno invita, fra le pareti squallide di una nave alla deriva, a pulire le sentine.

Da sin.: Gino Pisanò e Augusto Benemeglio.

Ma ecco che la voce si fa suadente, ti rassicura, raccorda i piani narrativi che tu non riesci più a seguire. Fa scattare tanti clic nella tua testa che producono altri suoni, altre luci, che poi permangono, si giustappongono, si sovrappongono, si fondono…E tu puoi proseguire il viaggio: ecco la serra di Casarano dove ritrovo il mio amico Gino Pisanò coi suoi pensieri “forti”, le parole incandescenti, la sua temperie mistica che si alimentava di intelligenza fremente e approfonditi studi (“ma bisogna saper accettare le proprie pause, e le proprie paure”) che parla della Purità, (non della pietà),  di Maria. “Un poeta come poeta conosce e capisce e sa comunicare agli altri ogni cosa, anche se in pratica lui stesso non sa nulla” .

Il poeta è una sorta di direttore d’ orchestra metafisica,  come un altro mio amico, don Pippi Leopizzi, gran suonatore di mandolino, e poeta mistico se mai ce ne furono,(“Esisterà sempre un pezzetto di cielo da poter guardare e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera”), che scandiva il tempo all’ambone della Cattedrale di Gallipoli mentre faceva le sue straordinarie omelie : “Siamo composti con brani di morti uguali a città ormai scomparse e rifatte da macerie di secoli. Da sotterra urlano i morti e per le strade vanno come nell’ora dell’agonia di Cristo”. Ormai per me resistere, anche solo come ombra, è uno sforzo immane; trattenere il proprio volto richiede sprechi di sensibilità che rovineranno l’altrove. Perfino la pietà, di sacra astrazione, deve scendere alle minime umiliazioni, varcare regioni ignote. Tra ciò che sia ancora lecito desiderare  e che cosa sia un veleno, (ad esempio quando muore qualcuno sentiamo sempre un po’ di rimorso perché c’è sempre qualcosa che dobbiamo farci perdonare, specie di Venerdì Santo), non è facile discernere. Pensiamo sempre che tutto possa essere rimandato a domani. Non è così. Tutto urge, e tutto preme intorno a noi per essere fatto e detto. La vita non tollera più omissioni o indugi. Del resto l’Universo non si accorge dell’uomo se non quando vede che nel suo corpo oscuro, in una ruga del tempo, è stata creata un’ombra, e un dolore in più.

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