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Maiuscole e minuscole. Sin da giovanissimo mi sono sempre chiesto come mai alcune parole bisognava scriverle con la lettera maiuscola e altre, la più gran parte, con la minuscola. Le spiegazioni ricevute dai miei maggiori mi lasciavano sempre insoddisfatto. Ed ecco che leggo in Minuscolo e maiuscolo nel sito di Quodlibet, Una voce. Rubrica di Giorgio Agamben del 12 dicembre 2025, quanto segue: “Mi è capitato in passato di scrivere con la maiuscola una parola a cui volevo dare un’importanza o un significato particolare. Ora so che sbagliavo. È bene vedere tutto in minuscolo, la maiuscola impedisce di vedere. E di capire, quasi che una volta sottolineate la priorità o l’importanza, comprendere non fosse più necessario.” Forse occorrerebbe seguire questo consiglio di Giorgio Agamben per “vedere” le cose nella loro giusta dimensione; e per capirle nel loro esatto significato. Mi è capitato di ritornare a questa riflessione due giorni fa, mentre sentivo la conferenza stampa in cui Trump dava conto del rapimento di Maduro: una conferenza durata due ore, ogni parola pronunciata con la lettera maiuscola!
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Leggendo Omero, Nicola Chiaromonte notava la distanza tra il modo di vedere le cose del poeta antico e quello dei moderni: “vero e semplice” in Omero, in “accordo naturale della parola, della poesia, della forma espressiva con ciò che si sa essere comunque, in ogni caso condizione e situazione emotiva, vero del mondo”; in “malafede” di noi moderni, una malafede “rispetto a ciò che peraltro sappiamo essere reale”. La sua risposta, sotto forma di domanda era la seguente: “Che la realtà così com’è, insomma, non basta e ha bisogno di un sostegno situato in qualche luogo “ideale” e noi, dunque, per trovarvi una strada, di bussole, carte, religioni, dottrine, bibbie? Cioè che non siamo liberi: capaci di vedere, semplicemente vedere?”. (Che cosa rimane. Taccuini 1955-1971, ne Lo spettatore critico, Mondadori, Milano 2021, pp. 566-567). A distanza di sessantatré anni da quando queste parole furono scritte (1963), esse non hanno perso nulla della loro verità. La mancanza di libertà ci impedisce di vedere le cose come sono in realtà e ci pone in un continuo stato di “malafede”, che in alcuni è cosciente, in altri un po’ meno. Basti leggere i giornali o avere la pazienza di seguire qualche talk show in prima serata! Qual meraviglia se “Giusti son due, e non vi sono intesi”?
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A che cosa servono le armi. In questo periodo le fabbriche di armi fanno grandi affari. Deduco che l’uomo (una parte degli uomini) si sta preparando a sterminare altri uomini. Sì, potrai dire che le armi servono per difendersi dai nemici, ma questo non cambia la sostanza dei fatti: le armi per nient’altro sono costruite se non per uccidere l’uomo. Quante più armi oggi si producono tanto più grande sarà domani la carneficina.
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Natura. Scrive Nicola Chiaromonte, Credere e non credere, ne Lo spettatore critico, Mondadori, Milano 2021, p. 913: “Ci fu un tempo in cui la natura era il potere arcano che regolava il corso delle cose e da cui l’uomo dipendeva, insieme agli animali e alle piante; questa natura, noi pretendiamo di averla ridotta a energia da domare e sfruttare a nostro profitto. La natura era anche, in noi, la forza essenzialmente buona che ci sollecitava a liberarci dalle antiche paure e servitù; noi ne abbiamo fatto un tumulto di appetiti da soddisfare a nostro arbitrio.
Allora, che senso ha ormai parlare di Natura?”
E’ la domanda di chi, deluso da una inveterata concezione più o meno idillica della Natura, usa per designarla la lettera maiuscola e crede ancora che noi uomini siamo altro rispetto ad essa. Ma noi siamo natura, noi con la nostra intelligenza artificiale e con la nostra stupidità naturale, noi con la nostra ragione e con le nostre passioni, con le nostre guerre e le nostre leggi, col nostro linguaggio e con le nostre ipocrisie: non c’è nulla che in noi non sia natura (con la lettera minuscola). Noi siamo esseri totalmente naturali e tutto ciò che ci accade è per necessità naturale, non per altro.
Credere che in noi ci sia qualcosa di propriamente distinto dal nostro essere naturale è frutto del nostro innato spirito di superiorità rispetto agli altri viventi. E come potrebbe essere diversamente dal momento che siamo stati in grado, nel corso dei millenni, di sterminarli tutti, facendo eccezione solo per quelli, animali e piante, che potevano ritornare utili alla propagazione della nostra specie? Noi siamo superiori a tutte le altre specie, massimi predatori del mondo naturale; e abbiamo anche costruito strade lunghe come fiumi, palazzi alti come montagne, città più popolose dei formicai; ma tutto questo fa parte della nostra evoluzione naturale e non ci dà alcun titolo per dire che l’uomo occupi un posto fuori dalla natura.
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Uomini e animali. “Ciò che si chiama “natura” negli animali non è una sostanza, ma un modo della tradizione (del comune e della lingua). L’uomo non ha natura perché si tramanda la sua comunità per un’altra via.” Questo scriveva Agamben nel 1982 (Quaderni, volume II 1981-1984, Quodlibet. Macerata, 2025, pp. 208-209), volendo significare che l’uomo nel suo linguaggio considera l’animale un essere naturale e lo tiene ben distinto da se stesso, in quanto egli non ha natura perché vive (“si tramanda”) in un ambito separato dalla natura propria degli animali; egli è dentro la sua comunità e la via che percorre è quella del linguaggio. Scrive Agamben: “L’uomo è il vivente che non avendo una comunità naturale fa della creazione di un mondo comune la propria comunità. Per questo egli parla aprendo un mondo, nominando le cose.” (p. 210). L’uomo fuori dalla “comunità naturale” crea una sua “propria comunità”, si autonomizza dalla natura e crea un mondo tutto suo, distinto dal resto, che guarda come oggetto da utilizzare a proprio vantaggio. Il linguaggio stesso, il nominare le cose, contribuisce a popolare questo mondo “privatizzato” di oggetti ad uso e consumo dell’uomo, e ciò si configura come un vero e proprio atto di predazione. Nominare è qui sinonimo di afferrare e far proprio. “Solo il linguaggio – queste poche parolette -, scrive Agamben più avanti -, ci separano dall’animale, noi siamo, per il resto, in tutto simili a lui. E, tuttavia, la distanza ci pare, a torto o a ragione, invalicabile” (p. 260).
A distanza di più di quarant’anni, ne Il toro di Pasifae e la tecnica in Una voce, Rubrica di Giorgio Agamben dell’8 luglio 2024, Agamben scrive che “l’uomo non cessa di diventare umano e, insieme, di restare animale” e spiega che la natura umana “si dà piuttosto in una prassi storica, che – in quanto deve distinguere e articolare insieme, dentro e fuori dell’uomo, il vivente e il parlante, l’umano e l’animale – non può che essere incessantemente attuata e ogni volta differita e aggiornata. Ciò significa che in essa è in gioco un problema essenzialmente politico, in cui ne va della decisione di ciò che è umano e di ciò che non lo è. Il luogo dell’uomo è in questo scarto e in questa tensione tra l’umano e l’animale, il linguaggio e la vita, la natura e la storia.” Dal 1982 ad oggi, il pensiero di Agamben sembra fermo nel medesimo punto, che distingue “tra il vivente e il parlante, l’umano e l’animale”, quando invece questa distinzione non è altro che il frutto ingannevole di una falsa rappresentazione umana con la quale si perpetua il primato dell’uomo sul resto dei viventi. In realtà, la tensione “tra l’umano e l’animale, il linguaggio e la vita, la natura e la storia”, che Agamben riassume nella “prassi storica”, al di là di ogni retorica, è solo il modo in cui si manifesta naturalmente l’animalità dell’uomo.
Agamben ripropone la tesi di Aristotele che attribuiva solo all’uomo la virtù politica (l’uomo come «animale politico», πολιτικòν ζῷον, politikòn zôon), come elemento di assoluta distinzione dagli animali, inferiori all’uomo perché incapaci di ogni organizzazione politica e di linguaggio. Così l’uomo ha giustificato il loro asservimento e il loro sterminio. Bisognerebbe riconoscere la nostra piena natura animale, pari a quella di ogni altro animale, ciascuno con la sua particolare modalità di espressione; e dire che l’homo sapiens non è altro che un animale che è possibile distinguere dagli altri animali solo perché nel corso dell’evoluzione della specie ha avuto la capacità naturale di elaborare delle tecniche di sopravvivenza all’interno della natura, tali da renderlo in pochi millenni (dalla fine del Paleolitico) il maggior predatore della Terra. E che sia questa la sua caratteristica, lo si comprende bene se si considera che la sua predazione non si ferma alle specie diverse, ma si estende anche alla sua stessa specie e rischia perfino di portarlo all’estinzione.
E la matematica, la letteratura, le arti, ecc. servono solo a questo? Sì, servono solo a predare, predare, predare, con consapevolezza e raffinatezza, fino all’ultimo uomo. E la politica? Un modo naturale di disciplinare la predazione. E l’amicizia, la convivialità,
lo spirito comunitario, la compassione, l’amore? Pause per ritemprare le forze e trovare nuovi alleati, brevi periodi di riposo di ritorno dalla caccia e dalla raccolta, generose concessioni alla retorica dell’umanesimo, volontarie riflessive momentanee astensioni dalla continua prassi predatoria dell’uomo.




































































