I resti di Babele 61. Nell’ Archivio Manni quarant’anni di storia della letteratura

di Antonio Errico

Quarant’anni fa, e anche qualcuno in più, a nessuno, probabilmente, accadde di pensare, neppure come ingenuo vagheggiare, che l’attività della casa editrice pensata, realizzata, gestita da Piero Manni e Anna Grazia D’Oria avrebbe sviluppato anche un archivio. Quarant’anni fa, e anche qualcuno in più, c’era solo l’entusiasmo e la finalità di integrare la letteratura del Salento, del Sud, con quella dell’intero territorio nazionale. Poi il tempo passa, le esperienze si stratificano, a un certo punto ci si accorge che il materiale messo da parte può servire a documentare, a fare storia delle espressioni letterarie degli anni che vanno dall’ Ottanta in poi. Nessuno ci pensava, quando si cominciò. Ma Anna Grazia D’Oria conservava e conserva tutto, ogni cartolina, ogni biglietto, i manoscritti di chi ha già piena la bisaccia di libri pubblicati e di chi sogna di pubblicare il primo.  Probabilmente il lievito dell’Archivio Manni è stato proprio quel mettere da parte di Anna Grazia, poi sistematizzato da Grazia e Agnese Manni, che hanno dato struttura all’entusiasmo, portando l’archivio e la biblioteca fino alla Dichiarazione del Ministero della Cultura di interesse storico particolarmente importante e al convegno internazionale che si è tenuto a Roma Tre alcuni giorni fa.  Ma il valore culturale dell’archivio è preceduto e si fonda sul valore sentimentale. E’ una dimostrazione di rispetto nei confronti delle relazioni che si stabiliscono tra lo scrittore e l’editore.  A volte, è anche una testimonianza di affetto. Spesso quelle relazioni durano decenni. Anzi, spesso nei decenni si fanno più profonde, si svincolano dalla dimensione editoriale per trasformarsi in condizione esclusivamente amicale. (Siccome con Manni ho pubblicato nove libri, penso di potermi permettere di dirlo, con cognizione di causa).

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