Lo stato dell’Arte 6. A proposito dell’angelo meloniano e dei tacchini di Malskat della chiesa di Santa Maria di Lubecca

È evidente che il volto del cherubino, oltremodo somigliante alla Meloni, non sia collocato li casualmente; e non si tratta soltanto di “ognuno ci vede quello che vuole”, come sostenuto dal restauratore Bruno Valentinetti, ma di quanto sia importante – in fase di restauro – non alterare quanto già preesistente all’intervento di ripristino o di salvataggio. A questo punto la polemica pseudo-politica perde di consistenza, lasciando il campo a quella pseudo-artistico-culturale, anche se le opere, per ora, non sono ancora sotto la tutela dei beni culturali: ma questo non vuol dire che in futuro non lo saranno. L’aneddoto dell’angelo meloniano ci riporta alla memoria una storia simile della prima metà del Novecento, una vicenda che ci fa capire quanto sia impattante l’intervento del restauratore in fase di conservazione delle opere d’arte; ma, soprattutto, che a volte è proprio il restauratore uno dei principali indiziati in materia di falsificazione e/o manomissione delle stesse.

Nel 1940, lo storico dell’arte Alfred Stange pubblicava un saggio di ventiquattro pagine “in formato grande” e trentatré illustrazioni dal titolo “Il duomo di Schleswig e le sue pitture murali”. L’autore asseriva, dandone prova, che “l’anima dello Schleswig è sempre stata legata all’area sassone-vestfalica e alla sua arte”. Poi, a proposito di un fregio, “costituito da medaglioni raffiguranti […] da una parte animali fantastici, tanto comuni nel Medioevo, e dall’altra animali veri […] rappresentati con tale realismo e vivacità, che ne risulta una serie unica, eccezionale per quest’epoca”. Lo storico continuava elogiando l’autore per la “sorprendente capacità di penetrazione”, un pittore a suo dire sconosciuto del XIII-XIV secolo, che aveva “osservato e reso ogni tipo di animale fin nei minimi particolari. Non sono figure prese dai manuali, come spesso avviene, ma figure che si basano su osservazioni personalissime”. Alfred Stange, però, convintissimo della sua tesi, passò sopra anche ad alcuni tacchini che comparivano tra gli animali raffigurati in sanguigna sulle pareti da poco restaurate del duomo di Lubecca. Ma il tacchino, purtroppo, arrivò in Europa con le navi spagnole soltanto intorno al 1550 e Lothar Malskat, vero autore della contraffazione, tredici anni dopo la pubblicazione del saggio di Stange, era ormai sulla bocca di tutti: “come modello per le figure umane e per i volti, si era servito delle fattezze di suo padre, di sua sorella Frieda, del suo amico Kurt Meiser, del sacrestano del duomo Jörn Ross e dell’attrice cinematografica Hansi Knoteck. L’artista gotico era nato a Konigsberg, nella Prussia orientale, il 3 maggio 1913”.

Come si può notare la storia dell’arte è ricca di aneddoti simili a quello di questi giorni, e il caso di Lothar Malskat e Alfred Stange ce lo ricorda molto. Storie di artisti che si presero gioco dei loro committenti o degli uomini e donne al potere: la Basilica di Santa Croce a Lecce, per esempio, cela figure grottesche e simboli profani incastonati nella pietra dell’imponente facciata barocca; la cosiddetta Lampada senza luce di Gaetano Martinez del 1928 sta schiacciando la testa di Mussolini, eppure, nonostante sia passato quasi un secolo, ancora oggi qualche nostalgico di quegli anni non vi riconosce le fattezze del Duce. In fin dei conti il dubbio dell’angelo con la faccia della Meloni non è shakespeariano, ma una trovata “social” che cattura la nostra attenzione mettendo al centro della polemica la politica gossippara, distogliendo lo sguardo dell’opinione pubblica da ciò che conta veramente. L’intervento di restauro è un’operazione a volte invasiva che va monitorata in ogni sua fase, controllando attentamente gli sviluppi e le scelte del restauratore, che non può e non deve in nessun modo indirizzarne gli esiti finali seguendo il proprio gusto. Questo l’insegnamento che dobbiamo trarne: non conta se le opere siano relativamente recenti, se il volto dell’angelo sia di Giorgia, di Elly o generato da qualche furbetto dell’IA, per quello che mi riguarda è indifferente, ma di come dovrebbe essere condotto un intervento di recupero di un bene “culturale”, o presunto tale.

Merano, 01 febbraio 2026

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