Studi in onore di Maria Elvira Consoli. Presentazione

Maria Elvira Consoli

Questa gratitudine si può esprimere anche a studiosi facenti parte di un’asso- ciazione culturale territoriale che hanno saputo vivere la loro esperienza di ricerca in maniera discreta e nello stesso tempo feconda, restando in seconda fila e negandosi ad una visibilità forzata, ma che senza fare rumore hanno lasciato profonde tracce del loro operare quotidiano, assicurando alla ricerca scientifica risultati incoraggianti e prospettici. Nella Società di Storia Patria di Lecce convivono, amalgamandosi e armonizzandosi, due distinte sensibilità di studiosi, alcuni di provenienza accademica ed altri di formazione non accademica, che attraverso il confronto e la collaborazione hanno saputo non solo accettarsi e stimarsi, ma anche fornire, con i propri pregi e limiti, contributi che hanno certamente arricchito le conoscenze di settore. Accanto a soci di levatura internazionale come Mario Marti e Donato Valli, omaggiati più volte con volumi miscellanei, si è voluto anche premiare altri soci che, pur non avendo raggiunto livelli così alti, sono riusciti a slargare gli orizzonti della ricerca e a promuovere il Salento come terra elettiva da riscoprire e divulgare in maniera interdisciplinare.

A quest’ultima schiera di studiosi va associata Maria Elvira Consoli, una raffinata latinista che con i suoi studi su Quinto Ennio e con le sue consulenze sulle epigrafi salentine superstiti ha vissuto l’esperienza di ricerca nella nostra associazione culturale in forma attiva e propositiva, rendendosi sempre disponibile e pronta ad assicurare le sue competenze di settore. Per questa ragione la Società di Storia Patria di Lecce ha voluto renderle omaggio con questa miscellanea di studi in occasione del suo prossimo settantacinquesimo genetliaco, un doveroso segno di gratitudine per la sua pregressa attività scientifica e certi di poter ancora fare pieno affidamento sulla sua generosa presenza negli anni che verranno.

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Il volume raccoglie vari contributi di studiosi che hanno conosciuto Maria Elvira Consoli e ne hanno apprezzato la produzione scientifica e la grande humanitas.

In primis si è fatto posto ad un dettagliato Profilo bio-bibliografico della studiosa, curato da Mario Spedicato (Università del Salento), seguito da una testimonianza, molto partecipata e documentata, di Maria Grazia Iodice (Sapienza Università di Roma), la quale, in Un’amicizia accademica e personale dalle radici antiche, mette a parte il lettore della sua antica amicizia con la festeggiata, ricordandone il percorso accademico e scientifico di ricerca: in particolare gli studi sulla letteratura latina arcaica – tra cui due ‘salentini’, il pater Ennius (Quintus Ennius. Fortuna ed Enigmi) e Marco Pacuvio (Fors – Fortuna in Marco Pacuvio e nel mondo romano) – e quelli relativi ad autori dell’età tardoantica, quale, ad esempio, il volume su Ausonio (Mosella. Introduzione, traduzione e commento), dedicato al suo antico Maestro (Magistro, così, significativamente, nella dedica), il romano Remo Giomini (studioso di vaglia, docente in anni lontani nella giovane Facoltà di Lettere e Filosofia leccese).

I dodici saggi poi che compongono la miscellanea di studi, distribuiti secondo un ordine ‘disciplinare’ (diritto, letteratura, archeologia, pedagogia), sono di do- centi ed amici, estimatori della Consoli:

Lucio De Giovanni (Università di Napoli “Federico II”), Presidente dell’Associazione Internazionale di Studi Tardoantichi, col suo contributo testimonia la stima sua personale e dell’intera AIST nei confronti di una studiosa e di una docente universitaria, componente del consiglio direttivo dell’Associazione medesima. Segno significativo che rivela l’apprezzamento della comunità scientifica verso una latinista di grande valore intellettuale, alla quale tutti riconoscono non solo doti di ingegno e di rara sensibilità umana, ma anche il generoso impegno nell’aver istituito (nel 2006) e diretto per molti anni la vivace sezione leccese dell’AIST.

De Giovanni, in Diritto e Storia. Brevi note, sottolinea l’importanza della ri- cerca interdisciplinare nelle discipline umanistiche, che oggi, specie per quel che riguarda il settore relativo al mondo antico, appaiono sempre meno interessare gli studiosi. Ciò vale – sottolinea De Giovanni – anche per il mondo del diritto, che non deve essere unicamente pensato e studiato ‘tecnicamente’, ma deve mirare alla conoscenza della norma nella profondità della sua ratio, alla luce della storia, e cioè delle trasformazioni politiche, economiche e culturali della società all’in- terno della quale la norma medesima si produce.

Francesca Lamberti (Università del Salento), Presidente della Sezione di Lecce “Antonio Garzya” dell’AIST, in La parabola di Tarentum fra i Gracchi e la fine della repubblica. Una vicenda da riscoprire, traccia alcuni percorsi evolutivi dell’antica Taranto a partire dagli eventi della seconda guerra punica sino all’età tardo-repubblicana. Dopo aver subito pesanti sanzioni da Roma a causa della sua defezione in favore di Annibale, Taranto, per il tramite delle sue élite e per via della protezione della potente gens Fabia, trovò una forma di mediazione con Roma, a tutela della persistenza in loco dell’elemento italiota. Ciò permise una progressiva rifioritura della polis tanto da far sì che nell’abitato e nel territorio circostante in- torno al 123 a. C. venisse dedotta una colonia graccana (Neptunia): ciò consentì un rilancio economico e urbanistico della città, che l’istituzione di un municipium, in età successiva al bellum sociale, avrebbe ulteriormente incentivato.

Giuseppina Maria Oliviero Niglio (Università della Campania “Luigi Vanvi- telli”), esaminando le Consuetudini matrimoniali nella tarda antichità tra norme giuridiche e disposizioni canoniche, individua gli orientamenti dell’ordinamento giuridico e delle istituzioni ecclesiastiche riguardo agli istituti del levirato e del sororato, anche sotto il profilo delle eventuali interazioni tra costituzioni imperiali e pensiero cristiano. L’indagine rileva come sia lo Stato che la Chiesa tendessero a reprimere tali consuetudini matrimoniali, la cui persistenza nella tarda antichità appare indicativa della sopravvivenza dell’antica pratica del matrimonio collettivo per serie di fratelli e serie di sorelle provenienti da clan diversi, conosciuta sia dalle civiltà orientali sia da quelle occidentali.

Salvatore Puliatti (Università di Parma), in Il paradigma della lex in età tar- doantica, indaga sui percorsi attraverso i quali il paradigma della legge, intesa come regola di condotta e prodotto di procedimenti più o meno formalizzati, si sia affermato quale parametro di giuridicità e strumento indispensabile per assicurare un’ordinata convivenza, fino ad assumere, già in età repubblicana e poi più avanti in epoca tardoantica, un ruolo di centralità che la imponesse tra i fatti di norma- zione come modello avente in fonti autoritative diverse, a seconda del momento storico considerato, il fondamento della propria credibilità ordinante.

Gaetana Balestra (Università del Salento), in Disabilità sensoriali e formali- smo negoziale. Osservazioni a margine della stipulatio, esamina l’esclusione di sordi e muti dall’istituto della stipulatio, risalendo alle radici aristoteliche della gerarchia sensoriale che identificava nel linguaggio parlato l’essenza della razionalità umana. Se nella tradizione filosofica si stabilì una corrispondenza tra oralità e pensiero che relegò i disabili sensoriali in una condizione di inferiorità cognitiva e sociale, la prospettiva della giurisprudenza romana si concentrò sugli aspetti pragmatici della questione, escludendo i sordi e i muti dalla stipulatio per l’incompatibilità fisica di concludere un negozio basato sullo scambio dialogico tra domanda e risposta.

Isabella Gualandri (Università degli Studi di Milano), in Un gesto d’amore e di fede: «Laudes Domini», 7-31, esamina un anonimo carme gallico di età costan-

tiniana, Laudes Domini cum miraculo quod accidit in Aeduico, proveniente pro- babilmente dall’ambiente delle importanti scholae Maenianae di Autun (traman- dato da un unico codice, il Parisinus Latinus 7558, del IX secolo, proveniente da Tours) e, in particolare, si concentra su un episodio della prima parte del testo, ne esamina le caratteristiche letterarie e religiose, e suggerisce, documentando con riferimenti ai testi antichi (Orazio, Tibullo, Gellio, Ambrogio, ecc.) e sulla base della bibliografia recente (ad esempio, gli studi di Cesare Alzati), una nuova esegesi. L’episodio narrato nelle Laudes, di due sposi uniti in vita da un coniugium, fondato su summa pietas fidesque, che per miracolo si manifesta anche in morte, viene interpretato come segnale di una antichissima e lunga traditio, quella dell’anello nuziale (la ‘fede’).

Onofrio Vox (Università del Salento), in L’ammirazione stupita del mondo: un topos encomiastico tardoantico, dimostra che l’ammirazione stupita suscitata nell’umanità intera è un topos encomiastico, attestato a partire dal IV secolo d. C., presente nel retore pagano Libanio e nei vescovi cristiani Gregorio di Nissa e Gio- vanni Crisostomo: rintraccia pertanto e commenta gli esordi del topos e ne segue, attraverso exempla, l’uso nei testi greci e poi bizantini, in versi e in prosa, fino al tardo medioevo.

Vittoria Dolcetti Corazza (Università degli Studi di Torino), in Gertrude di Nivelles: monaca, badessa, santa, tratteggia la figura di una santa monaca vissuta nel VII secolo e appartenente ad una nobile famiglia franca. Suo padre era Pipino di Landen, maior domus alla corte di re Clotario II. Dopo la sua morte Gertrude prese il velo e si ritirò in monastero. È considerata la protettrice dei gatti che erano accolti in gran numero nei monasteri per la loro abilità nel cacciare i topi (corredano il contributo immagini a colori: della Collegiata di santa Gertrude a Nivelles, di una bella mensola di un lampione stradale a Utrecht, di una pagina di mano- scritto della British Library, della chiesa di Santa Gertrude a Kaunias in Lituania, delle Tre Chiese – Santa Gertrude, San Nicola, Santa Maddalena – a Barbiano in Alto Adige).

Domenico Lassandro (Università degli Studi di Bari Aldo Moro), in Dal- l’«Ordo urbium nobilium» di Ausonio al «Viaggio nell’anima d’Europa» di Carlo Ossola, ripercorre un viaggio compiuto da Ossola in alcune città d’Europa (Viag- gio nell’anima d’Europa, «Il Sole 24 Ore», 2017), riflettendo sul grande patrimo- nio culturale del continente europeo (da San Francesco a Dante, da Cervantes a Teresa d’Avila, da Goethe a Beethoven, a Dostoevskij, ecc.), sul quale si fonda, nei princìpi ma non sempre nella concreta realtà politica, l’unità dell’Occidente, finalizzata alla pace e non alla contrapposizione e alla guerra, come oggi pur- troppo sta drammaticamente avvenendo.

Cristina Martinelli (Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione di Lecce), trattando il tema Dal pitagorismo di Quinto Ennio il filo rosso dell’Umanesino, ricerca nei dati biografici e nell’opera di Quinto Ennio il filo rosso che, dalla sua provenienza magnogreca, attraverso il lascito culturale disseminato e variamente rigermogliato nella letteratura latina, costituisce ciò che chiamiamo Humanitas, misura e ideale del pensiero occidentale (corredano il saggio alcune immagini a colori, riproducenti vasi antichi, gruppi statuari, affreschi, stampe, relativi, in gran parte, alla fuga di Enea da Troia con il padre Anchise ed il figlioletto Ascanio; altre, un’antica colonna, sita in Lecce-Porta Rudiae).

Paolo Agostino Vetrugno (Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione di Lecce), in La Via Appia ed il recupero dell’Antico, descrive, come ben espresso dal titolo, le condizioni dell’antica via romana, il suo recupero, soffermandosi soprattutto sulle due colonne terminali della via Appia, una delle quali, crollata nella sua sede originaria a Brindisi, dalla metà del Seicento trovasi a Lecce, ove furono portati e poi rimontati «li pezzi della colonna cascata, al numero di sette con capitello» (completano il saggio alcune immagini relative alle colonne terminali della via Appia, ed anche alla Tabula Peutingeriana e al campanile di piazza San Marco a Venezia).

Giuseppe Caramuscio (Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione di Lecce), in L’Eros di Platone in classe. Educare e istruire secondo una maestra leccese (1912), esamina una pubblicazione del 1912, in cui l’autrice, insegnante elementare, si schiera decisamente a favore del primato dell’educazione in opposizione all’eccesso di nozioni previste dai programmi ministeriali in vigore alla sua epoca. A suo giudizio invece metodi e tecniche d’insegnamento dovevano essere accom- pagnati dall’amore, l’Eros platonico, il cui desiderio inappagato di conoscenza rappresenta soprattutto la condizione necessaria per un clima favorevole all’apprendimento e alla formazione del cittadino.

Tutti i saggi presentati, al di là del loro valore scientifico, rappresentano, come si è già detto, un sincero omaggio di stima e amicizia nei confronti di Maria Elvira Consoli, alla quale tutti auguriamo di proseguire nel suo cammino di studio, di ricerca e di impegno.

Bari-Lecce, Università degli Studi, ottobre 2025

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