di Antonio Errico

Qualche giorno fa, il 27 di gennaio, il linguista Gian Luigi Beccaria, ha compiuto novant’anni. Nel corso di un’intervista a Maurizio Crosetti per il “Corriere della Sera”, ha detto che nei Promessi sposi c’è tutto l’universo: l’ironia, la tragedia, il terribile senso della storia, l’umana debolezza, la profondità della vera fede, il ritmo e la musica dei dialoghi. Ha detto che i personaggi di quel romanzo sono la condizione umana. Beccaria è membro dell’Accademia della Crusca, dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Ma i titoli che hanno più valore sono quelli dei suoi molti libri. Allora, la sua autorevolezza potrebbe costituire la condizione per chiudere definitivamente l’annosa, ciclica e noiosa questione che riguarda la lettura a scuola del romanzo di Manzoni. In quel romanzo c’è tutto l’universo. Punto. Certo, qualcuno potrebbe senza nessuna difficoltà obiettare che l’universo che c’è nei Promessi sposi è infinitamente e irrimediabilmente lontano da quello che abitano i giovani. E’ vero, forse.




































































