
Taurisano, lato orientale del palazzo ducale dei Lopez y Royo (secc. XVI-XVIII).
In un articolo apparso sul settimanale “Corriere Meridionale” del 16 marzo 1916 così viene descritta la dedizione all’attività agricola di Luigi Lopez y Royo:
«[…] Egli trasformò la proprietà fondiaria, che gli era venuta dagli avi, introducendovi la coltura intensiva, tolse alla malaria grandi estensioni macchiose di cui fece prosperi vigneti, incoraggiò e sviluppò, tra i suoi contadini, il contratto di mezzadria, edificò cantine modello, oleifici, stabilimenti vinicoli con sistemi moderni: debellò, insomma, nelle sue tenute, tutto ciò che vi era di vecchio, dando vita nuova e nuova ricchezza non soltanto a sé, ma a tutto un popolo di agricoltori, che sottrasse all’ignoranza e alla miseria[…]».
E sul periodico “La Provincia di Bari” del 19 marzo dello stesso anno viene rimarcata questa sua passione per l’imprenditoria agricola:
«[…] Apostolo della redenzione agricola abbiamo detto, e tale fu il nobile gentiluomo [Luigi Lopez y Royo, ndr], che a differenza dei magnati odierni, non volle assentarsi dalle cure moderne, razionali dei campi e fondò vaste aziende agricole, ad onta delle difficoltà che incontrò sul suo cammino, delle crisi pugliesi, dell’apatia dei più […]».
Luigi Lopez y Royo aveva un temperamento molto determinato. Un esempio eloquente di tale indole è il duello con le sciabole tra lui e l’avv. Tommaso Bonaventura Stasi di Taurisano (1875-1948), in seguito ad un violento litigio tra i due acerrimi nemici politici verificatosi nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche del 1913, che vide contrapposti nel collegio di Gallipoli, di cui faceva parte Taurisano, Antonio De Viti De Marco (1858-1943), per il quale parteggiava lo Stasi, e Stanislao Senape De Pace (1861-1915), appoggiato dal Lopez y Royo. La notizia del duello fu riportata dal settimanale “La Provincia di Lecce” del 18 ottobre 1913: «In seguito ad un diverbio per ragioni elettorali, fra il Duca Luigi Lopez y Royo e l’avv. Tommaso Stasi, di Taurisano, diverbio seguito da vie di fatto, l’avv. Stasi mandava a sfidare il Duca Lopez [che all’ epoca aveva 55 anni, n.d.r.]. Giovedì mattina a Villa ‘Sans Souci’ di proprietà dei conti Zecca ebbe luogo uno scontro alla sciabola a condizioni gravi. Avvennero cinque assalti senza alcun risultato, e i padrini avrebbero voluto far cessare lo scontro e riconciliare gli avversari. Ma il Duca Lopez dichiarò che avrebbe aderito al desiderio dei padrini dopo due altri assalti: avvenuto il primo, violentissimo, i padrini si opposero assolutamente alla continuazione e gli avversari si strinsero la mano».
Nella seduta del Consiglio Comunale del 10 aprile 1906, dopo le dimissioni da sindaco dell’odiato fratello Filippo (1860-1933), dimissioni dovute alle proteste contro il “Modus vivendi” del Governo italiano con la Spagna, in seguito al noto eccidio dell’8 dicembre 1905, Luigi Lopez y Royo fu eletto sindaco di Taurisano e si dimostrò subito intenzionato a riportare la calma e l’equilibrio nella vita politico-amministrativa del paese, sconvolta dalla perenne lotta tra fazioni avverse, anche con l’epurazione di alcuni di coloro che l’avevano “avvelenata”.
Per l’occasione furono organizzati grandiosi festeggiamenti, che culminarono con il sontuoso ricevimento nella villa dei marchesi di Presicce, Arditi di Castelvetere, a Santa Maria di Leuca, in cui confluirono da tutta la provincia i più autorevoli uomini politici e d’affari, giornalisti, avvocati, alti funzionari, aristocratici e soprattutto persone di spirito, tutti accomunati dalla spensieratezza e umor lieto, tipici dell’imperante “Belle Époque”. Un clima confacente all’altro aspetto della personalità di Luigi Lopez y Royo, ossia quello festaiolo, di “viveur”. La cronaca della festa fu pubblicata sul numero del 26 aprile 1906 del “Corriere meridionale”.
«[…] Luigi Lopez, or nominato Sindaco di Taurisano, può ben dirsi il presidente nato di tutte le liete comitive, il solo, l’unico organizzatore così dei balli ad un Circolo, come delle gite e dei pranzi, l’uomo invidiato che sa infondere il buon umore dovunque intervenga. Immaginarsi se gli amici, che ne hanno in pregio tale virtù, poteano lasciar passare la fausta occasione senza dargli un attestato della loro schietta e sincera amicizia.
E tale attestato glielo diedero lo scorso lunedì a villa Arditi tra i fiaschi di ‘Carmiano rosso’ e le bottiglie di ‘Lacryma di Taurisano‘, che innaffiarono la seguente minuta: ‘Sardines, Caviar, Mortadelle – Macaroni à la financiére – Poisson, Sauce Mayonnaise – Cotelettes d’ agneau à la Reine et croquettes à la Villerois – Artichauts et petits-pois à la creme, filet de boeuf braisé – Salade, Asperges verts, Pastiera – Latticini di Matera – Fruits’.
La minuta, stampata in stile medioevale, avea questa epigrafe: ‘Al Duca / Luigi Lopez y Royo / per la sua nomina a Sindaco / Gli amici politici / ed altri ancora / Auspici le autorità cittadine / offrono augurando / che Taurisano gli apra / Montecitorio’.
Ma la lieta comitiva fece ancora opera più proficua, costituendosi in comitato politico, di cui assunse la presidenza l’avv. Carlo Fumarola [1872-1944, ndr] con uno di quei discorsi che fanno restare a bocca aperta … specialmente quando le mense sono imbandite.
E così fu proclamata la candidatura politica dell’amico Luigi Lopez, tra gli applausi, le adesioni e i telegrammi che piovevano da tutte le parti, ad ogni portata […]».
Non nuovo all’esperienza politico-amministrativa (era stato più volte consigliere comunale di opposizione insieme con il fratello Alessandro, 1863-1950, durante il triennio del suo sindacato, 10 aprile 1906 – 7 aprile 1909), Luigi Lopez y Royo, uomo anche facilmente irascibile (addirittura, in un telegramma inviato al Ministro dell’Interno, Vittorio Emanuele Orlando, il 16 ottobre 1916 fu indicato dal Prefetto di Lecce, Domenico Caruso,1869-1955, come uomo “d’indole violentissima”), dovette talvolta ricorrere alle minacce pur di mantenere la “pace” abilmente conquistata in Consiglio Comunale e in paese. Si scagliò innanzitutto contro i Consorzi antifillosserici, da lui accusati di ignoranza e inefficienza e quindi ritenuti i principali responsabili del dilagare di questa terribile malattia della vite, la principale e più remunerativa risorsa dei proprietari e produttori vitivinicoli, dai quali dipendevano centinaia di lavoratori. Resosi interprete dei sentimenti dei suoi amministrati, inviò il seguente telegramma al Ministero dell’Agricoltura, Francesco Cocco-Ortu (1842-1929):
«Entrato coscienza popolazione che propagazione fillossera dipenda inefficienza inefficacia consorzi antifillosserici, causa unica dilagare terribile afide.
Paese giustamente allarmato reclama soppressione Consorzi, intervento diretto Governo valga arrestare marcia trionfale funesto flagello». (Corriere meridionale, 18 ottobre 1906).
A proposito poi della grave crisi vinicola verificatasi nel 1908 a causa della sovrapproduzione dell’annata precedente e della forte contrazione delle esportazioni, il sindaco Lopez y Royo affermò con un altro telegramma al Ministro dell’Interno, Giovanni Giolitti, di non condividere la linea politica, e con un altro ancora sollecitò il Prefetto della Provincia di Terra d’Otranto ad intervenire urgentemente poiché la crisi aveva intaccato il fragile equilibrio dei prezzi, del resto per i contadini quasi mai remunerativi, mercati e stock produttivo. Ed evidenziava poi tutta la sua preoccupazione in quanto i cittadini, quasi tutti agricoltori, erano molto esasperati e minacciosi.
«Allarmante disagio vendemmiale impensieriscemi seriamente. Speculatori offrono L. 2,50 quintale uva, prezzo irrisorio colmare spese sudori popolazione. Scongiuro Vossignoria riparare parte facendo spedire vasi vinari deposito mosti.
Rifiutandosi agricoltori cedere vile prezzo, prevedonsi dolorosissime conseguenze».
Sempre in veste di sindaco, il Lopez y Royo inviò energici e vibranti telegrammi di protesta al Ministero dei Lavori Pubblici, al Ministero degli Interni, all’on. Alfredo Codacci-Pisanelli (1861-1929), primo fautore dell’estensione della ferrovia fino al Capo di Leuca, e al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici perché non si procedesse al paventato sdoppiamento della costruenda stazione ferroviaria Ugento-Taurisano, che stravolgeva in tal modo il progetto originario.
Al Consiglio Superiore dei LL. PP. così scriveva:
«Contrariamente quanto cotesto on. Consiglio deliberava spostato tracciato ferroviario Nardò-Tricase, sdoppiando stazione Taurisano-Ugento, creandone due ridicole microscopiche, duplicando percorso,
Preghiamo illuminato Consesso far rispettare quanto sapientemente stabilito.
Popolazione giustamente allarmata. Attendiamo vostra parola garantisca esecuzione proprio deliberato» (La Provincia di Lecce, 14 ottobre 1906).

Palazzo ducale di Taurisano, stemma composito dei Lopez y Royo e Sanchez de Luna d’Aragona, con la croce dei Cavalieri di Malta (sec. XVIII).
Il primo cittadino tuttavia, dopo appena un anno dal suo mandato sindacale, fu chiamato in causa per atti amministrativi ritenuti illegali. All’inizio dell’estate del 1907 al pretore d’ Ugento, avv. Michele Marseglia, in servizio nella Pretura della cittadina ionica dal giugno 1899, venne il puntiglio di rinviare dinanzi alla giustizia Luigi Lopez y Royo dei Duchi di Taurisano per abuso di titolo, avendo riscontrato nei registri dello Stato Civile del Comune di Taurisano che al nome e cognome del sindaco era anteposto il titolo di duca, peraltro – a parere del pretore – illegalmente attribuitosi.
La notizia produsse grande clamore ed ebbe vasta eco negli ambienti forensi e nei giornali giuridici nazionali, trattandosi di applicare per la prima volta, da quando era entrato in vigore il Codice Penale Zanardelli (1gennaio 1890), l’art. 186 dello stesso in riferimento ai titoli nobiliari ex feudali.
La causa si tenne il 6 maggio 1908 innanzi alla III Sezione del tribunale di Lecce, presieduta dal giudice De Michele, relatore il giudice Cicogna. Il tribunale, dopo aver seguito scrupolosamente le arringhe dei difensori, accolse completamente la loro tesi di diritto e dichiarò non luogo a procedimento per inesistenza di reato.
La sentenza fu acclamata dal folto pubblico che assisteva al dibattito su un argomento mai sino ad allora affrontato e produsse grande impressione a Lecce e in provincia.
Il pretore d’Ugento, Michele Marseglia, subito dopo venne trasferito a Cosenza, ma dopo essere stato promosso – come spesso succedeva ad alti funzionari colti in fallo – a Sostituto procuratore del Re [Di questo argomento parleremo diffusamente in un prossimo lavoro].
Luigi Lopez y Royo si dimise da sindaco in seguito all’esito deludente delle elezioni politiche del marzo 1909, in quanto il candidato appoggiato dalla sua amministrazione, il socialista Stanislao Senàpe fu sbarazzato da Antonio De Viti de Marco.
Sul settimanale “La Provincia di Lecce” del 12 giugno 1907 si dice della sua attività amministrativa:
«Luigi Lopez ha trovato il paese di Taurisano in preda all’anarchia e gli ha ridato la calma; Luigi Lopez gode laggiù, nel suo luogo di origine, le universali simpatie pei suoi modi cavallereschi, pel suo cuore aperto a tutte le nobili e sante iniziative, per la sua proverbiale vita operosa di intelligente agricoltore, per la democratica signorilità dei modi che di lui fanno, in una contrada dove la lotta tra capitale e lavoro è sempre latente, come l’anello simpatico di unione tra contadini e proprietarii di terre».
A proposito delle dimissioni da sindaco di Luigi Lopez y Royo, scrive il Corriere meridionale del 25 marzo 1909:
«Il Sindaco di Taurisano Cav. Luigi Lopez, in seguito ai risultati delle ultime elezioni politiche, per un sentimento di delicatezza ha rassegnato le dimissioni dalla carica.
Vogliamo sperare che l’egregio uomo recederà dalla presa determinazione, essendo l’opera sua tanto necessaria al bene di quel paese, i cui interessi egli ha saputo così bene tutelare.
Le sue dimissioni intanto sono state respinte dal Consiglio Comunale come si rileva dal seguente telegramma: -Duca Luigi Lopez y Royo – Lecce – Comunico Vossignoria che Consiglio comunale respinte sue dimissioni Sindaco; facendo plauso sua amministrazione, fa voti che ritorni presto direzione Comune.
Partecipando quanto sopra, pregola desistere sue determinazioni benessere del paese. ff. Luciano Preite-.
Ma il cav. Lopez ringraziando per le attenzioni di fiducia e di simpatia avute, insisteva nelle sue dimissioni col seguente telegramma: – Conte Castriota, avv. Stasi, Preite, colleghi Consiglio municipale – Taurisano. Unanime responso nobile consesso municipale acclamazione cara popolazione confortano animo mio che fui inflessibile custode interessi paese. Tranquillo insisto tornare semplice milite facendo voti che novello rappresentante cotesto municipio sappia nell’interesse cittadino usare amicizia deputato collegio collegio Consigliere provinciale [si riferisce al barone dott. Adolfo Colosso di Ugento (1854-1915), ndr].
Le maggioranze hanno dovere assumere governo e rifiutandosi sono responsabili agitazioni infeconde prodotte nel paese che deve amministrarsi dai cittadini e non da commissari-».
Luigi Lopez y Royo era anche appassionato di alberi e piante esotici, come palme, cedri, cicas, bambù, araucarie, che fece piantare nel parco della sua villa e nei terreni della masseria Varano. Il Lopez y Royo, durante uno dei suoi soggiorni a Sanremo, Bordighera e Ventimiglia, ebbe modo di conoscere Thomas Hanbury (1832-1907), baronetto e filantropo inglese, creatore nel 1873 dei grandiosi giardini botanici a Capo Mortola, presso Ventimiglia. L’Hanbury fornì al Lopez y Royo, non si sa se dietro compenso o, molto probabilmente, a titolo gratuito ed amichevole, alcune piantine di Araucaria Cunninghamii, che il nobile inglese aveva prelevato ai piedi delle piante-madri nella zona costiera del Queensland, in Australia.
Tornato a Taurisano, il duca fece trapiantare le piantine nell’area occidentale del vasto giardino, ubicato tra le attuali vie L. da Vinci, Addis Abeba e Indipendenza e Piazza Libertà, nonché – come si è detto- nei vesti terreni della masseria Varano.
Come risulta da una lettera datata “Ventimiglia, 22 ottobre 1888”, Thomas Hanbury (1832-1907), baronetto e filantropo inglese, creatore, nel 1873, dei grandiosi giardini botanici a Capo Mortola, presso Ventimiglia, inviata a Luigi Lopez y Royo, si impegnava a fornire al duca, non si comprende se dietro compenso o a titolo gratuito ed amichevole, alcune piantine di Araucaria Cunninghamii, che il nobile inglese aveva fatto prelevare dalla base nei suoi lussureggianti giardini. Il botanico inglese rispondeva così ad una precedente richiesta del Lopez y Royo, anche in questo caso non si sa se tramite missiva o più probabilmente fatta di persona, considerato che il duca Luigi, in quegli anni, aveva soggiornato in più di un’occasione a Sanremo, ed è quindi probabile che avesse conosciuto l’Hanbury e visitato i suoi giardini botanici.
Ricevute le piantine, il duca le fece interrare nell’area occidentale del vasto giardino (tra le attuali vie L. da Vinci, Addis Abeba e Indipendenza e Piazza Libertà), dove il padre Nicola stava facendo costruire la villa-fattoria per il figlio Luigi.
Luigi Lopez y Royo morì, in seguito a “polmonite violenta”, l’11 marzo 1916 a Matera, dove si era recato per affari riguardanti la sua proprietà. I Materani, scossi dalla triste notizia, vollero rendere onorevoli esequie alla salma di Luigi Lopez y Royo, molto stimato e amato in quella città. Il prof. Mario Antimo Micalella, originario di Castrì, che all’epoca insegnava in quel Regio Liceo, portò sulla bara l’estremo saluto dei parenti lontani, della natia Taurisano e in particolar modo di Lecce, esaltandone la signorilità ed i sentimenti liberali e moderni dell’estinto.
Appena giunta la notizia a Taurisano, il Consiglio comunale, guidato dal fratello Filippo, riunitosi d’urgenza, deliberò all’unanimità di esprimere alla desolata famiglia i sentimenti di sentito cordoglio e di partecipare al lutto con l’esposizione della bandiera abbrunata al Municipio e agli esercizi pubblici e con la chiusura delle scuole. La chiesa di Santo Stefano e Immacolata, della cui congregazione il duca era confratello da diversi anni, rimase aperta per tre giorni 24 ore su 24.
Il “Corriere Meridionale” così lo ricordò in un articolo, firmato con lo pseudonimo “Marchese di Posa”, del 16 marzo 1916.
«Luigi Lopez y Royo non era soltanto un uomo: egli era sopra tutto un tipo, il magnifico tipo d’uomo d’altri tempi, che aveva portato l’ardore del suo cuor di cavaliere senza paura e senza macchia in una società di banchieri e di avvocati, di ‘snobs’ da salotto e di politicanti di campagna, che egli aveva cercato di nobilitare, contro di cui aveva sempre graziosamente lottato, dalla quale talvolta era stato vinto, che egli spesso aveva vinto, e che, malgrado tutto, di lui sentiva la superiorità e il fascino.
Sopra tutto il fascino! Tipo medio tra il signor d’Artagnan e Cirano di Bergerac, innestato su di un magnifico soggetto di ‘hidalgo’, alto, asciutto, forte, buono gentile, intrepido, spesso azzardoso, del moschettiere ebbe l’impeto nell’attacco ed il subito generoso perdono, la fede sincera nell’Idea e la completa dedizione; del nasuto cadetto di Guascogna portò l’altera visione della vita, la sicurezza del braccio e la saldezza adamantina dell’animo, il culto per le cose belle, lo spirito ascoso del sacrifizio; dell’hidalgo conservò la nobile poetica tradizione degli avi.
E di tutto ciò era materiato il fascino irresistibile che egli esercitava nella folla degli eletti ed in quella degli umili, che lo sentiva signore, che piegava al suo gesto di grazia o di comando: di tutto ciò era fatto quel fascino che, con la sua alta caratteristica persona, lo sollevava sempre sulle moltitudini, in piazza come nei salotti, in una riunione d’affari come in un comizio di politica, in una gara di sport come in un mistico ritrovo.
Anima complessa, ma pur semplice fino alla semplicità francescana, Luigi Lopez tra gli eletti e gli umili, tra i forti e i deboli, tra quelli che vivono del lavoro altrui e quelli che col lavoro producono l’altrui ricchezza, preferì quest’ultimi; e gli umili, i poveri, gli agricoltori amò con affetto di fratello e di padre, passò con essi, in mezzo ad essi, le ore più belle e più feconde della sua vita di lavoratore.
Perché quest’ultimo guascone, nel nobilissimo classico senso della parola, non potendo correre il mondo in cerca d’avventure, non potendo ogni giorno incrociar la spada in difesa della sua Dama, del suo Signore e del suo Dio, la sua magnifica battaglia volle combattere per dare nuove plaghe fruttifere all’economia della sua Casa e del suo Paese […].
E gli umili, i poveri, gli agricoltori lo amarono più dei ricchi, perché sono i semplici quelli che più presto e meglio comprendono le anime superiori; e, quando gli agricoltori di Taurisano si unirono e fecero la lotta amministrativa nel nome del loro lavoro e della loro miseria, e vollero un capo, un condottiero, essi lo scelsero in Luigi Lopez, di cui fecero il Sindaco, circondato da una Giunta di contadini.
Fu quella un’epoca classica per la sua attività, che ogni giorno dava manifestazioni nuove del suo fervido ingegno, della sua intuizione felice, delle sue facoltà di assimilazione. E fu per più anni amministratore accorto, parlatore simpatico, polemista vivace ed anche giornalista, poiché fu proprio il ‘Corriere’ che accolse i suoi spigliati e ardenti articoli in cui i problemi più vitali del paese erano trattati con larghezza e modernità di vedute e di concetti.
Egli allora, nelle nostre amichevoli riunioni, in quelle numerose e geniali riunioni, che rimarranno nella storia giornalistica leccese come una delle migliori e più esuberanti manifestazioni di vita intellettuale del nostro ‘Cenacolo’, egli, in quel tempo, amava scherzosamente chiamarsi ‘clericale-anarchico’: clericale perché era un credente convinto e praticante, anarchico perché il suo spirito, sempre avido d’indagine, affinandosi nella contemplazione della vita, si spogliava dalle scorie delle tradizioni ataviche, dalle superstizioni di classe, dalle sciocche convenzioni della società, e sognava un mondo purissimo, dove tutti fossero arbitri e signori del proprio diritto.
Egli amava ancora, per dimostrare tutto il suo attaccamento alla terra ed al paese natio, amava dirsi il vero ‘capustieddhu’, amaca chiamarsi l’autentico ‘pòppetu’, e nelle presentazioni il suo volto espressivo si animava di una intensa luce di soddisfazione, quando semplicemente, senza titoli nobiliari, cavallereschi o amministrativi, lo si chiamava ‘agricoltore’».
Sul numero del 12 marzo del settimanale “La Provincia di Lecce” gli veniva dedicato il seguente elogio:
«[…] Ciò basterebbe ad abbozzare di lui uno di quei medaglioni, di cui il Panzacchi era maestro. La materia non potrebb’essere più adatta. Voi già lo vedete guidare alla sua maniera, a quella maniera speciale, i suoi cavalli inglesi. e piegar premuroso la persona verso l’angelica donna, che gli era allato, come per ascoltarne la voce piena di affettuosa melodia; voi non potete dimenticarne l’eretta elegante figura, quella figura così ben distinta da tante altre, anche in mezzo ad una folla, anche da lontano, anche in una città cosmopolita. A Campo di Marte come nelle corse alle Capannelle, da Aragno come sil ‘quai’ di via Caracciolo, a teatro come all’ingresso del nostro Circolo, egli non poteva confondersi con gli altri: voi lo scorgevate prima degli altri, innanzi agli altri, più che gli altri.
Così nei salotti: egli, pur non essendo un parlatore, aveva l’arte di far circolo intorno a sé, e, dovunque intervenisse, elevava il tono dell’ambiente, dandogli quello stesso geniale carattere di gentilezza e di distinzione, che erano nella sua persona.
Oltre a questo: l’ingegno pronto, la parola simpatica, anche se talvolta impropria nella espressione, la mente aperta per un’innata disposizione ad ogni manifestazione del bello, l’animo d’una bontà quasi infantile, che non conosceva né limiti né misure, un cuor d’oro capace d’intendere il segreto della vera amicizia.
Sono doti, codeste, che agli occhi del volgo possono parere misera cosa in confronto di quelle di cui s’adornano gli uomini pubblici.
Ma di questi abbiamo già troppe statue e monumenti. Del nostro ci basta il piccolo medaglione, se pur non inciso nel bronzo, meglio se scolpito nel nostro cuore.
E chi potrà mai distaccarnelo?».




































































