I resti di Babele 63. Fernando Martinelli, la memoria che riemerge come scavo tra oblio e resurrezione

 di Antonio Errico

Gli uomini dimenticano. Hanno bisogno di dimenticare, perché i ricordi che rimangono abbiano la possibilità di radicarsi, di diventare essenziali, di farsi struttura sulla quale realizzare la condizione del presente, immaginare occasioni di futuro. Allora gli uomini dimenticano. E’ un processo naturale: un ricordo lascia il posto ad un altro, quello più consistente a quello che ha una consistenza minore. Un volto, una voce, un luogo, un’esperienza, una circostanza che costituiscono una maglia della rete della memoria, ad un certo punto si dissolve o comunque si indebolisce, si sfilaccia, lasciando il posto ad una nuova maglia di memoria, ad un altro volto, un’altra voce, altri luoghi, esperienze, circostanze. Alla dissolvenza di un ricordo corrisponde l’intensità di un altro, ad un distanziamento un’approssimazione. Forse è questa intensità e questa approssimazione che cerca Fernando Martinelli. Le figure delle sue tele risalgono dai fondali della memoria. O del sogno. Rispondono a quel “veni foras” che costituisce il privilegio dell’arte, a quel comando che ribalta la pietra sepolcrale facendo dono dell’illusione di una possibilità di resurrezione. Martinelli sa bene che aveva ragione Eugenio Montale quando scriveva: “Memoria/ non è peccato fin che giova. Dopo/ è letargo di talpe,/ abiezione/ che funghisce su sé”. Allora, perché memoria giovi, è necessario, indispensabile, penetrare nei luoghi misteriosi della mente dove la memoria si stratifica, si deposita, in modo da poterle restituirle movimento, farle riconoscere i nomi, i volti, i colori, le storie, i destini. Questo fa Fernando Martinelli nelle sue tele.

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