Finisterre, ovvero il laboratorio di eterodossie poetiche di Simone Giorgino

di Andrea Scardicchio

Il libro di Simone Giorgino propone una rilettura della poesia salentina del Novecento alla luce di una prospettiva geo-letteraria, servendosi della categoria dello spatial turn per dimostrare come la marginalità geografica, la periferia, abbia favorito in alcune esperienze una maggiore libertà espressiva sfociata nella contestazione dei modelli egemoni. Giorgino identifica nel Finisterre salentino un laboratorio di eterodossie poetiche capace di mettere in discussione il canone nazionale, tradizionalmente associato a epicentri come Firenze, Roma o Milano, e di avanzare proposte stilistiche alternative riconducibili a una sensibilità di matrice barocca. Il Salento è descritto come un territorio “postcoloniale”, segnato dal susseguirsi di diverse dominazioni che hanno prodotto una vicenda storica silenziosa e relegata ai margini della cultura ufficiale. In questo contesto, poeti come Girolamo Comi, Raffaele Carrieri, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano e Carmelo Bene, dedicatari nell’ordine dei cinque capitoli di cui si compone il libro, sono i protagonisti di quella che Giorgino definisce la «cospirazione provinciale». La loro “eresia” consiste nell’aver dato vita a una serie di esperienze poetiche eccentriche, capaci di resistere all’omologazione degli indirizzi letterari dominanti, rappresentati dalle correnti ermetiche, neorealiste e avanguardistiche.

Si tratta di scrittori in mezzo al guado, come viene precisato, spesso in anticipo o in ritardo rispetto ai tempi storici in cui vissero, collocabili in una sorta zona grigia di “non più” e “non ancora”, che anziché opporsi frontalmente al canone o fondare scuole alternative hanno agito piuttosto come elementi di disturbo, come presenze irregolari che hanno reso visibili le aporie del sistema della letteratura novecentesca.
L’eresia è dunque una forma di dissidenza interna: non esterna al Novecento, ma inscritta nelle sue pieghe.

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