
Il codice che accumuna tutte queste esperienze è riassumibile all’insegna della categoria del “barocco”, che Giorgino non declina in senso storico-cronologico o decorativo- ornamentale in riferimento ai modelli secenteschi, facendone piuttosto una postura etico-estetica innervata dal genius loci : lo spirito del luogo. Da un punto di vista storiografico questa categoria consente di ripensare il Novecento italiano non come successione lineare di movimenti, ma come campo attraversato da linee carsiche, da continuità sotterranee che sfuggono alle periodizzazioni tradizionali. Il barocco, dunque, diventa lo strumento attraverso cui il poeta periferico rivendica la propria alterità, trasformando l’isolamento in un laboratorio di sperimentazione linguistica che assume, talvolta, tratti di visionarietà.
In questo scenario, la figura di Comi acquista un ruolo fondativo: non tanto come caposcuola, quanto come matrice originaria di una postura estetica e conoscitiva che verrà declinata, in forme profondamente diverse, da autori come Carrieri, Bodini, Pagano e Bene. Comi è infatti quel poeta che a dispetto dell’esistenza isolata è riuscito a edificare un monumento poetico di respiro europeo, fondendo simbolismo, esoterismo e spiritualismo cristiano. La ricezione della sua opera, infatti, viene suddivisa da Giorgino in diverse fasi: dagli esordi simbolisti, influenzati dalla permanenza in Svizzera e a Parigi, ai contatti con le avanguardie; dalle dottrine teosofiche e antroposofiche di Steiner alle frequentazioni romane con Evola e Onofri; per arrivare, infine, alla stagione della maturità trascorsa interamente in Salento. La sua produzione si snoda dal panismo magico e misterico all’orfismo solare e metafisico (alternativo a quello cupo e dissonante di Campana), aderendo con la conversione degli anni Trenta a uno spiritualismo cosmico, concepito come una celebrazione del sacro nell’immanenza del Creato. Quella di Comi è per Giorgino una sfida al caos moderno ingaggiata attraverso un’architettura di parole che, sebbene anacronistica per i canoni del neorealismo o dello sperimentalismo coevi, rappresenta una delle vette più originali e resistenti di quella linea meridiana di cui si seguono gli sviluppi, all’interno della quale Comi appare proprio il rappresentante sommo di quello che viene definito il “barocco della trascendenza”.
Nel capitolo di apertura viene dato ampio spazio, inoltre, al rapporto conflittuale di Comi con i critici, ad esempio Enrico Falqui ed Emilio Cecchi, da lui accusati di essere «inetti alla intelligenza della poesia spirituale». Comi difendeva la “monotonia” dei suoi versi paragonandola alla musica di Bach: un’architettura apparentemente uguale ma internamente tumultuosa . Il suo orfismo solare trova la sua massima espressione in opere come Spirito d’armonia e, nella fase più tarda, in Fra lacrime e preghiere . La sua è una sfida all’aridità del Novecento attraverso un ritorno alla purezza e all’assolutezza della parola poetica, che lo colloca in una posizione di anacronismo sì, ma trionfante rispetto alle poetiche civili o neorealiste coeve. Giorgino, insomma, dimostra come la figura di Comi, sebbene a lungo confinata in una dimensione marginale e locale, oppure mitizzata come quella di un eccentrico isolato, sia stata capace di mantenere dialoghi di altissimo profilo con l’intellettualità italiana ed europea del suo tempo, a dispetto dell’atteggiamento di molti critici che faticarono a inquadrarlo poeticamente oscillando tra l’ammirazione per la sua coerenza intima e spirituale (scambiata talvolta per monotonia) e la perplessità per il distacco mantenuto dalla realtà storica e individuale.
Accanto alla solennità di Comi, il volume analizza l’eclettismo di Raffaele Carrieri, l’autore più difficilmente catalogabile nelle famiglie letterarie del Novecento, un «antinovecentista per istinto». La sua poesia (vedi i casi de Il lamento del gabelliere e Il Trovatore ) si distacca dalle correnti intellettualistiche per abbracciare uno stile semplice e immediato, un «allegretto cantabile». Giorgino sottolinea come la sua poesia sia permeata da un «lorchismo attenuato» e da suggestioni surrealiste (la lezione di Apollinaire), mantenendo una limpidezza mediterranea che rifiuta la complessità libresca tipica di altri autori del periodo. La sua eresia risiede proprio nella deliberata assenza di profondità, di intellettualismo e di accademismo, preferendo una musicalità e un gioco di immagini fragranti che lo rendono un irregolare assoluto, un “fuorilegge” del Novecento capace di sottrarsi alle griglie rigide dell’avanguardismo e dell’ermetismo fiorentino.

Le pagine centrali del saggio sono dedicate a Vittorio Bodini, l’“ inventore” della poesia meridionale, figura fondamentale nelle sue vesti di animatore della “cospirazione provinciale” contro le direttrici della letteratura ufficiale . Attraverso la fondazione della rivista «L’esperienza poetica» e la pubblicazione di testi capitali come La luna dei Borboni e Metamor, Bodini trasforma il barocco leccese in una categoria conoscitiva, manifestando una hybris metamorfica e una fantasia inventiva che rifiuta sia le oscurità dell’ermetismo sia le pastoie del documentarismo sociale neorealista. Il suo barocco è una maschera rigogliosa che riflette l’architettura del territorio e serve a indagare il mistero e il destino della sua terra, creando un linguaggio in cui la pietra leccese sembra animarsi e farsi sostanza poetica, in una costante 2tensione tra la storia e il mito. Il capitolo approfondisce, inoltre, il rapporto con Rafael Alberti e il tentativo di Bodini di importare in Italia un surrealismo di matrice spagnola, finalmente libero dalle ipoteche ermetiche. La sua poesia è una ricerca di verità che passa attraverso «l’immaginazione e lo scatto inventivo», come osservato da Lucio Giannone.
Vittorio Pagano, invece, cui è dedicato il quarto capitolo del volume, rappresenta la declinazione più intransigente e volutamente ritardataria di questa linea meridiana. Giorgino evidenzia come lo scrittore leccese, in opere poetiche come Calligrafia astronautica, Zoogrammi, I privilegi del povero, abbia scientemente scelto di rimanere fedele a un ermetismo estremo e manieristico proprio mentre il resto d’Italia virava verso lo sperimentalismo o l’impegno sociale. La sua eresia è una forma di resistenza anacronistica: egli costruisce una «cattedrale barocca» fatta di forme chiuse, sestine e un lessico prezioso, spesso mediato dalle sue traduzioni dei poeti maledetti e dei lirici francesi del passato. Il suo stile, saturo e prezioso, funge da barriera contro la degradazione del linguaggio moderno, facendo del ritardo cronologico una vera e propria virtù estetica.
Il percorso critico di Giorgino si conclude con la deflagrazione e l’estremismo sovversivo di Carmelo Bene, figura di rottura totale che porta l’eresia barocca alle sue estreme conseguenze nichiliste. In opere poetiche come ‘l mal de’ fiori o nei fogli del poema inedito Achilleis Leggenda , Bene opera una distruzione sistematica del senso attraverso un’oltranza retorica che non cerca più la comunicazione, ma la pura fonazione, il suono che si libera dal significato. Qui il barocco diventa “barbarico”, un accumulo iperbolico di immagini e di citazioni che agisce come un dispositivo di auto-consumo della poesia stessa. Bene chiude idealmente la parabola di Giorgino dimostrando come l’eresia meridiana, nata come difesa della propria identità, finisca per farsi un atto rivoluzionario che mette in discussione l’intero sistema della rappresentazione letteraria novecentesca. Viene analizzato anche il rapporto di Bene con la sua biblioteca reale e ideale, viste non come spazi di un sapere ordinato, ma come luoghi dell’“immemoriale” e della “voce” che nega la scrittura stessa. Bene, insomma, chiude la linea meridiana tracciata da Giorgino presentandosi come il «canto del cigno» di una tradizione ormai definitivamente tramontata.
Bisogna essere grati, in conclusione, all’autore di questo libro per averci consegnato una mappa alternativa della letteratura italiana del Novecento, in cui il Salento (o Finisterre, come ormai è lecito chiamarlo) smette di essere margine per diventare il centro di una modernità diversa: più complessa e sfaccettata sicuramente, ma soprattutto felicemente e convintamente eretica ed eteroclita.
[Presentazione del libro di Simone Giorgino, Eretico barocco. Una linea meridiana nella poesia italiana del Novecento , Carocci, 2024. Palazzo Comi, Lucugnano, 6 febbraio 2026.]





































































