Manco p’a capa 297. Dal cinema alla realtà: quando la denuncia deve accompagnarsi a una reazione

Allo stesso modo Norimberga, basato sul processo ai criminali nazisti, è soprattutto un monito su come scelte politiche apparentemente legittime possano produrre strumenti di repressione dei diritti umani, e su come chi lancia l’allarme venga spesso ignorato fino a quando il problema non è già grave. Queste opere condividono un tratto comune: non si limitano a mostrare il male, ma richiamano alla vigilanza civica prima che i fatti si manifestino. Mentre film come Civil war e Una battaglia dopo l’altra anticipano avvenimenti ipotetici che appaiono sempre più probabili. Li vediamo accadere altrove, nei telegiornali, e ci rassicuriamo dicendo che QUI quelle cose non possono accadere, e invece eccoci a Minneapolis. Avendo dimenticato in fretta il G8 di Genova. Altro modo di raccontare è il cinema revisionista di Quentin Tarantino: in film come Bastardi senza gloria, Django Unchained o C’era una volta… Hollywood Tarantino riscrive eventi tragici del passato proponendo versioni alternative in cui la giustizia simbolica o la resistenza umana emergono come possibilità narrative, offrendo allo spettatore una forma di catarsi e uno spazio dove immaginare esiti differenti. I razzisti sono uccisi dai neri, e i nazisti sono fatti a pezzi o bruciati vivi dalle loro vittime. Questa distinzione tra mostrare problemi e mostrare anche risposte o possibilità è cruciale anche nella realtà. La denuncia finale di Norimberga prevede con pochissimo anticipo una realtà effettivamente verificatasi. L’agenzia federale americana Immigration and Customs Enforcement (ICE) è diventata simbolo di potere statale incontrollato e uso eccessivo della forza, percepita da alcuni come simile a una “polizia politica con licenza di uccidere”. Proprio come la polizia di Goering. L’avvertimento di Norimberga è stato espresso poco prima di eventi recenti come quelli di Minneapolis, dove la reazione popolare non si è limitata a esprimere dolore ma si è trasformata in mobilitazioni civiche organizzate volte a chiedere responsabilità, trasparenza e riforme. L’errore di lanciare allarmi senza proporre percorsi di redenzione è centrale nella comunicazione delle crisi ambientali. Scienziati e attivisti spesso usano linguaggi di allarme per attirare l’attenzione sulla gravità dei rischi climatici, ma la sola retorica catastrofista può indurre impotenza o rifiuto, perché chi ascolta può percepire il problema come astratto o insormontabile, se non inesistente. Per questo molti esperti sottolineano la necessità di bilanciare l’urgenza dell’allarme con proposte concrete di soluzione, mostrando percorsi di mitigazione, adattamento e innovazione che non siano solo scenari apocalittici. La lezione che emerge da queste connessioni — tra opere cinematografiche, e fatti reali — è semplice ma potente: non basta denunciare un problema; bisogna anche immaginare e indicare come possiamo reagire ad esso. Solo così la narrazione — nel cinema o nella società — può davvero ispirare azione collettiva e non restare una fonte di sola angoscia impotente. Frank Zappa, prima di tutti gli altri musicisti, denunciò la marea teocratica e fascistoide che stave dilagando in USA. Non si limitò a denunciare, però: nei suoi concerti invitava gli spettatori a registrarsi per votare, testimoniò in Senato contro la censura nella musica, fu il primo statunitense illustre invitato a visitare la Cecoslovacchia di Vaclav Havel, e arrivò a scendere in campo direttamente, preannunciando la sua candidatura a presidente degli Stati Uniti. Un cancro alla prostata lo fermò. A questo punto Tarantino potrebbe dirigere un altro film di distopia consolatoria, in cui al posto di Donald Trump è Frank Zappa a vincere le elezioni… La colonna sonora è già scritta.

[Il blog di Ferdinando Boero ne “Il Fatto Quotidiano” online del 15 febbraio 2026]

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