di Antonio Errico

Forse, probabilmente, quella condizione chiamata creatività, per la quale si sono date innumerevoli definizioni mai definitive, forse, probabilmente, non è altro che un incontro tra un pulcino e un elefante. Un dialogo tra dimensioni. Una combinazione di linguaggi, anche di linguaggi silenziosi. Il sogno dell’elefante di essere un pulcino. Il sogno di un pulcino di essere elefante. Per concludere poi, al risveglio, che non è importante avere il sogno di essere qualcun altro, ma che è importante quel sogno che si fa ad occhi aperti di essere se stessi. Sempre. Forse, probabilmente, è questo il sogno che da sempre fa Alberto Casiraghy con le sue edizioni di Pulcinoelefante, ed è in questo sogno che si avventura Donato di Poce, con un saggio, oppure, più esattamente, con un’indagine appassionata, interdisciplinare e trasversale, edita da I Quaderni del Bardo Stefano Donno edizioni, con il titolo “Alberto Casiraghy: I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia”. Bastano poche righe a Di Poce per disegnare il profilo di Casiraghy.
Ma sbaglio se dico un profilo. Di Poce penetra nell’universo esistenziale di Casiraghy: artista Flaneur degli abissi dei sogni e dell’inconscio, esploratore della creatività “dei bambini e dei detenuti, di poeti famosi e sconosciuti, corsari dello spirito, un artista tenero come un pulcino, forte come un elefante”, un uomo che parla alle lucertole, un uomo dai sogni catarifrangenti, che dà lezioni gratuite di pronto soccorso poetico. “Non è un giullare lucido, né un Re despota delle bizzarrie, ma un Principe innamorato della poesia e dell’Immaginazione che ascolta ogni notte i miagolii degli inchiostri randagi e di giorno li trasforma in battiti cardiaci e tipografici dei Libri d’Arte”.




































































