di Antonio Devicienti

Eravamo stati l’estrema orientale provincia della poesia castigliana || della poesia grecobizantina l’estrema occidentale isola.
Monaci analfabeti, adepti di una teologia dell’assenza e dell’esclusione, volavano ebbri nella luce tra le facciate di pietra leccese.
Noi continuiamo ad abitare la periferia dell’impero: dagli spalti del sottoscirocco angeli di carparo sorvegliano i voli di donne-sirena; esse nidificano nelle torri costiere e campanarie (usano specchi convessi per accendere visioni nell’aria febbrile della Terra d’Otranto).
I cornicioni sbreccati fioriscono di finocchio selvatico al salire dello Scirocco || tra le radici degli olivi abitano animali antichissimi che sanno la siccità quando s’abbrancica alle midolla e inventano, dalle loro tane del labirinto, visioni di una dea – o esiliata madonna – della siccità madre d’un dio malinconico e mortale che ha corpo di contorto legno nocchiuti piedi e terrose mani.
Faglie intrise di aglio selvatico si fessurano – liberando presagi.





































































