di Guglielmo Forges Davanzati

Il principale obiettivo economico esplicitamente perseguito dall’Amministrazione Trump risiede, come è noto, nella reindustrializzazione degli Stati Uniti. Un obiettivo per il cui conseguimento si ritiene che lo strumento dei dazi sia essenziale. Il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Steven Miran, consigliere di Trump, ex Presidente del Council of Economic Advisers, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera USA. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno – gli shock geopolitici che le guerre producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni, per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, possono spingere imprese statunitensi a tornare in patria.
A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il c.d. “friend shoring” – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in Paesi politicamente non ostili. Questa impostazione di politica commerciale si imbatte in due rischi:




































































