di Alessandro Quarta

Ci sono numeri che raccontano più di molte parole. E poi ci sono numeri che dovrebbero far riflettere un Paese intero. I dati sulle iscrizioni alle scuole superiori degli ultimi anni appartengono a questa seconda categoria. Dietro percentuali e statistiche si intravede infatti qualcosa di più profondo: un cambiamento culturale che riguarda il modo in cui una società concepisce lo studio, la fatica intellettuale e la formazione delle nuove generazioni.
Il fenomeno è ormai evidente. I licei tradizionali, quelli che per decenni hanno rappresentato la spina dorsale della formazione culturale italiana, arretrano. Il liceo classico continua a perdere iscritti, mentre anche lo scientifico nella sua versione tradizionale mostra segni di progressivo indebolimento. Insieme non raggiungono ormai neppure un quinto delle scelte complessive degli studenti.
Non è soltanto una questione di numeri. È una questione di visione.





































































Condivido l’analisi, ma vale la pena aggiungere una precisazione che spesso si dimentica: il liceo classico e lo scientifico non hanno mai avuto come scopo primario quello di insegnarti un mestiere. E lo sapevano, lo sapevamo tutti.
Esistevano già allora percorsi pensati per formare figure professionali, ragioneria, geometra, istituti tecnici e un tempo svolgevano egregiamente quel ruolo.
Il liceo stava altrove. Non ti prometteva un’occupazione, ti prometteva una mente: cinque anni di fatica non per imparare a fare qualcosa di specifico, ma per imparare a pensare in modo strutturato, rigoroso, libero, era un patto implicito, e quasi tutti lo accettavano, anche se, almeno fino alla fine degli agli anni sessanta, rischiava di risultare classista.
Credo però che il problema non è solo scolastico ma culturale: quei licei funzionavano anche perché esisteva intorno a loro un contesto che attribuiva valore alla cultura disinteressata, alla lettura, al dibattito, alla complessità come forma di rispetto verso il mondo, c’era un’idea di formazione che attraversava le famiglie, le conversazioni, persino la televisione.
Quel contesto si è sgretolato molto prima che si sgretolassero le iscrizioni al classico o allo scientifico come li abbiamo conosciuti.
E forse è lì che bisognerebbe guardare: perché una scuola che forma menti libere funziona solo in una società che sa ancora cosa farsene.
Grazie per l’intervento stimolante. Vorrei aggiungere un paio di annotazioni anche io. Secondo me l’analisi della situazione esistente potrebbe essere arricchita se considerassimo anche la dimensione storica.
La scuola superiore del Risorgimento (Liceo e Istituto tecnico) mirava alla crescita dell’individuo e della società; non per niente gli storici parlano di Italia Liberale: era un principio politico che veniva messo in atto. Non credo di stupire nessuno dicendo che la scuola del fascismo aveva fini diversi. L’Accademia dei Lincei fece notare immediatamente che la riforma Gentile stava abbandonando l’impostazione originaria, peggiorando di fatto la scuola, ma il regime non si limitò a ignorarli: li cancellò e li rimpiazzò con l’Accademia d’Italia. http://www.bdim.eu/item?fmt=pdf&id=BUMI_1998_8_1A_3_269_0
Fino alla fine degli anni ’60 la scuola ha svolto un ruolo simile a quello del Risorgimento, come ha giustamente annotato Alberto Sala, poi c’è stata una svolta ambigua: da un lato un tentativo di evoluzione democratica, dall’altro uno scadimento populistico. A me sembra che la politica non abbia gestito questo processo per migliorare la scuola.
Un esempio lampante è quello dell’educazione scientifica, rimasta bloccata ai tempi di Gentile. Nonostante il tentativo della Riforma Brocca — poi cancellato con un tratto di penna dai decisori — oggi in un liceo ‘scientifico’ propone solo un contenitore unico e indistinto, mi riferisco alla materia di insegnamento chiamata ‘scienze’. Questa è una eredità di più di un secolo fa, un tradimento della scuola del Risorgimento, una stranezza se confrontata alle pratiche di altri paesi, un danno gravissimo al Paese che ci condanna a un colpevole ritardo culturale, e, dal mio punto di vista, una vera e propria truffa intellettuale https://scienzapertutti.infn.it/images/stories/rubriche/libro_mese/qdcs-vol1.pdf
In conclusione, condivido pienamente l’appello alla responsabilità individuale e la difesa del pensiero critico come pilastri della nostra cultura; credo anzi sia urgente un recupero di quei principi liberali che misero la scuola al centro della crescita civile. Tuttavia, questo non ci esime da una riflessione severa sulla scuola così com’è oggi: raramente ci si salva ignorando i segnali d’allarme o, peggio ancora, nascondendo la testa sotto la sabbia di fronte a un modello che non risponde più alla complessità del presente.