Quanto ci costa la riforma Nordio?

di Guglielmo Forges Davanzati

Nel dibattito pubblico sul referendum sulla riforma Nordio, un aspetto cruciale è rimasto poco indagato: il costo dell’intervento. Il Governo non ha reso pubbliche stime ufficiali e dettagliate, eppure la dimensione finanziaria non è un elemento accessorio. Una riforma dell’ordinamento giudiziario non è mai neutrale dal punto di vista economico; al contrario, incide in modo diretto sul bilancio pubblico e in modo indiretto sulla crescita del Paese, soprattutto attraverso gli effetti sugli investimenti, sugli invetimenti diretti esteri e sulla crescita dimensionale delle imprese.

Il metodo più semplice per stimare l’onere della riforma consiste nel partire dagli attuali costi di funzionamento della giustizia italiana e moltiplicarli per il numero di nuove strutture previste. La riforma comporta lo sdoppiamento del CSM, la duplicazione dei consigli disciplinari e l’istituzione di una nuova Corte disciplinare. Ogni nuova istituzione implica sedi, personale amministrativo, dotazioni informatiche, spese logistiche. Una stima prudente porta a quantificare oltre 100 milioni di euro iniziali per l’aumento dei costi fissi e circa 100 milioni annui a regime per le spese correnti. Per comprendere l’ordine di grandezza, si tratta di una cifra paragonabile ai risparmi attesi dalla riduzione del numero dei parlamentari approvata con il referendum del 2020. Se allora l’argomento era la necessità di contenere la spesa pubblica, è legittimo chiedersi perché lo stesso criterio non debba valere per il Governo Meloni, che, peraltro, ha fatto dei risparmi di spesa il fulcro della sua politica economica.

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