di Gerardo Trisolino

Canzoniere della morte è il titolo significativo scelto da Maria Corti per l’agile e completa antologia delle poesie di Salvatore Toma da lei curata per la collana bianca di Einaudi.
L’occasione costituisce non solo una forma di postumo risarcimento critico dovuto al giovane poeta di Maglie, morto suicida nel 1987 all’età di soli 36 anni, ma anche l’implicito riconoscimento dell’ulteriore contributo della poesia salentina a quella italiana del Novecento.
Il nome di Toma è legato a sei raccolte pubblicate a proprie spese tra gli anni Settanta e Ottanta da piccoli editori (il prematuro esordio si ebbe nel 1970, quando l’autore aveva ancora 19 anni, a testimonianza di una radicata militanza poetica). Solo con le ultime due plaquette, però, era riuscito ad ottenere l’avallo di due eminenti studiosi: Ancora un anno (Capone, 1981), con l’introduzione di Donato Valli, e Forse ci siamo (Quaderni del “Pensionante de’ Saraceni”, 1983), con la presentazione di Oreste Macrì.
Dopo, la poesia di Toma è sopravvissuta unicamente grazie all’impegno degli amici poeti salentini, in particolare dell’indimenticabile e compianto Antonio L. Verri, che con Toma ha condiviso l’elettrizzante fervore della letteratura militante e una morte tragica e prematura, e di Maurizio Nocera. Tra i critici va segnalato almeno Ennio Bonea, che ha puntualmente registrato la produzione del giovane poeta nella sua ricognizione della cultura salentina, raccolta nelle serie di Subregione culturale (Lecce, Milella). Oppure era rimasta nel privato silenzio dei messaggi epistolari (talora solamente convenzionali) dei letterati a cui Toma era andato spedendo i suoi libri in cerca di attenzione, consapevole com’era (e il suicidio lo dimostra) della difficoltà di trovare spazio naturaliter nel mondo delle lettere: Vigolo, Magrelli, Montale, Prezzolini, Luzi, Lajolo, Ramat, Raboni, la stessa Corti, e altri.





































































