La condizione giovanile fra precarizzazione del lavoro, emigrazioni e sovraistruzione

di Guglielmo Forges Davanzati

L’esito del referendum può essere interpretato anche come il paradosso di un ex Ministro della Gioventù – Giorgia Meloni – che perde soprattutto a causa del voto dei giovani. Non vi è dubbio che la condizione economica delle nuove generazioni sia peggiorata, in Italia, negli ultimi decenni, e va registrato che ciò è avvenuto in larga misura prima dell’insediamento dell’attuale governo. L’incremento dell’occupazione nell’ultimo biennio ha riguardato principalmente i lavoratori adulti, mentre continua a crescere – tra i giovani – la quota di lavoratori poveri, con livelli ancora elevati di NEET. Dai primi anni novanta, come rilevato dall’ISTAT, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sistematicamente superiore alla media europea, passando dal 25% in media negli anni novanta al 43% nella fase immediatamente successiva alla crisi finanziaria del 2008, aggravata dalle intense politiche di austerità del periodo. A partire dal 2015 – escludendo il biennio 2020-2021 – il tasso di disoccupazione giovanile si riduce, continuando a contrarsi nel triennio 2011-2025, passando dal 20% circa al 18% circa. Nonostante questa tendenza, il tasso di occupazione giovanile rimane circa il 20% inferiore alla media europea.

La tenuta dei livelli occupazionali non è però legata alla buona qualità del lavoro dei giovani: i salari sono bassi e decrescenti, è elevata la precarizzazione del lavoro, crescono le emigrazioni – soprattutto di individui con elevato titolo di studio – e la sottoccupazione. Si stima che circa il 35% dei giovani svolga una mansione inferiore rispetto al titolo di studio acquisito. Ciò implica perdita di capacità produttiva per il sistema economico italiano ed erosione dei risparmi per la crescente dipendenza delle giovani generazioni dal welfare familiare.

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