Il grado di precarizzazione del lavoro – di norma quantificato con l’Employment Protection Legislation (la legislazione a tutela del lavoro elaborata dall’OCSE) – è molto elevato tra i giovani. L’Italia ha sperimentato una forte riduzione della protezione dei lavoratori a partire dagli anni novanta, con la diffusa somministrazione di contratti a tempo determinato a coloro che sono entrati nel mercato del lavoro a partire dagli anni duemila. Nel confronto con Francia e Germania, la precarietà del lavoro dei giovani italiani è più persistente, la stabilizzazione più lenta e l’ingresso nel mercato del lavoro più tardivo.
L’evidenza empirica mostra che i giovani italiani percepiscono salari reali più bassi della media europea, significativamente inferiori a quelli dei coetanei francesi e tedeschi (con una differenza che può raggiungere i 40 punti percentuali), sebbene in riduzione nel tempo, e minori – a parità di mansione – rispetto ai lavoratori adulti. SVIMEZ stima che, dal 2011 al 2024, sono emigrati dall’Italia circa 630.000 giovani di età compresa fra i 18 e i 34 anni, con flussi di rientro irrisori. Ciò accade in un contesto in cui, a differenza degli altri principali Paesi europei, i salari reali decrescono sia per i giovani sia per gli adulti.
Si aggiunge inoltre il fatto che l’istruzione funziona sempre meno in Italia come strumento di mobilità sociale, e il nostro Paese è tra gli ultimi in Europa per mobilità sociale.
A questo esito hanno contribuito almeno due fattori:
1. Dal lato dell’offerta di lavoro: le “riforme” del sistema formativo messe in atto negli ultimi decenni sono state realizzate con l’obiettivo dell’”occupabilità”: e tuttavia, l’aumento della platea di giovani sovraistruiti (l’Italia ha una percentuale di giovani sovraistruiti in linea con la media europea, ma una minore percentuale di laureati) mostra che l’istruzione diffusa può determinare sviluppo economico solo se si traduce nell’imparare ad apprendere (e nello sviluppo del pensiero critico), non nell’imparare a fare. In più, la riduzione dei finanziamenti alle sedi universitarie e la precarizzazione dell’accesso al ruolo di professori hanno incentivato le emigrazioni all’estero dei giovani ricercatori, con impatti negativi sulla qualità della ricerca, dell’insegnamento e, quindi, sulla qualità del titolo di studio.
2. Dal lato della domanda di lavoro: la prevalenza in Italia – e ancor più nel Mezzogiorno – di imprese di piccole dimensioni poco innovative, unita all’assenza di politiche industriali e a sistematiche decurtazioni dei finanziamenti pubblici per la ricerca scientifica, ha accentuato la tendenza alla riduzione della domanda di lavoro qualificato.
L’inerzia di Meloni rispetto a questi problemi le è stata fatale.
[“Domani”, 2 aprile 2026]




































































