di Gianluca Conte

Giovanni Pascoli è, da sempre, tra i poeti italiani più amati e, al tempo stesso, più controversi della tradizione contemporanea. La sua opera, permeata da immagini di quiete domestica, infanzia perduta e visione fanciullesca del mondo, ha più volte invitato la critica a instaurare un rapporto diretto tra la sua esistenza travagliata e la sua produzione letteraria. È fuor di dubbio che la morte violenta del padre, nell’agosto del 1867, seguita in rapida successione dalla perdita della madre e di due fratelli, segnò in modo indelebile la formazione psicologica del poeta e, secondo l’interpretazione dominante nel Novecento, avrebbe plasmato in maniera determinante tanto la «poetica del nido» quanto la riflessione teorica raccolta nel «saggio» Il Fanciullino (1897).
Eppure, proprio questa lettura – così naturale, quasi ovvia – merita di essere messa alla prova. È davvero possibile ricondurre l’intero corpus poetico pascoliano a una risposta emotiva al trauma biografico? O esistono, invece, ragioni plausibili per sostenere che la poetica del nido e del fanciullino avesse un’autonomia estetica e filosofica che trascendeva la contingenza della vita privata del poeta? Sarebbe interessate esplorare, senza presunzione di esaustività, questa seconda prospettiva, raccogliendo gli argomenti più solidi a favore dell’autonomia artistica della poetica pascoliana, magari prendendo le mosse proprio dalla «poetica del Fanciullino» come teoria estetica autosufficiente.




































































