di Antonio Errico

Quando si comincia un cammino sconosciuto, occorre che si ripensi a quello già fatto, riflettere sui passi, richiamare alla mente l’accaduto. Probabilmente è una condizione che riguarda ogni espressione dell’esistenza, quindi anche la cultura, il sapere. Perché non ci può essere scienza senza conoscenza del passato, né linguaggio nuovo che non provenga da uno antico, non ci può essere progresso senza la memoria tanto del progresso che è stato prima quanto del suo contrario, in modo da ripetere quello che è stato giusto e da evitare quel che è stato sbagliato. Ogni edificio, che sia sbalordimento di cattedrale o miseria di tugurio, si costruisce sulle fondamenta. Certo, sembra superfluo dirlo, ma a volte accade che si dimentichi. A volte accade che si pensi che abbiamo inventato tutto noi: che siamo stati noi, appena ieri, i primi a sognare di camminare su due gambe e poi a realizzare quel sogno straordinario, quelli che hanno inventato la ruota, scoperto il fuoco, innalzato piramidi, architettato castelli, quelli che hanno inventato i numeri, i segni delle scritture, le note, il cannocchiale, che hanno impastato medicamenti. A volte si pensa che tutto sia cominciato con noi, che soltanto noi possiamo rivelare verità, che tutto quello che è venuto prima sia stato assolutamente vano e tutti coloro che sono venuti prima siano vissuti assolutamente invano.




































































