Nella produzione di Han Kang, pur nel caleidoscopio dei personaggi, nella differenza di ruoli e di storie individuali consumate, vi sono nuclei tematici che si ripropongono, a volte nella più assoluta crudezza, a volte in maniera delicata, quasi sussurrata, ad evidenziare come quella singola monade che è l’uomo abbia delle specificità proprie di ogni essere vivente. Tutto è presentato nella sua corporeità, l’uomo stesso è corpo, che non è solo manifestazione fisica, ma luogo in cui si palesano i conflitti, le lacerazioni interiori e le conseguenti sofferenze, i sogni e i desideri. Tutto è impregnato di dolore. Un dolore che non rimane confinato nell’intimo della propria esistenza, ma che si fisicizza, si fa corpo. Tutto è travolto e dissolto dal tempo. Un tempo sfilacciato, che trasforma irrimediabilmente ed eternizza il dolore. Agli uomini, però, non si può sottrarre il ricordo, atto doloroso che deflagra attraverso i sensi ed evita l’abisso dell’indifferenza. Atto di resistenza e di responsabilità che si materializza anche nei sogni. Scrive Han Kang ‘Ci sono ricordi che il tempo non intacca. E nemmeno il dolore. Che il tempo e il dolore, come si dice, sbiadiscono e distruggono tutto, non è vero.’

Yeong hye, la protagonista de La vegetariana, fa del proprio corpo uno strumento di protesta. Si serve di esso per opporsi ad ogni forma di convenzione, alla violenza fisica, subita sin da piccola ad opera del padre, a quella fisica e psichica, perpetrata dal marito, uomo privo di qualsiasi forma di empatia, e a quella esclusivamente psichica, e per questo irrimediabilmente distruttiva, ad opera del cognato artista. Yeong hye fa leva sul proprio corpo per affermare la propria volontà, la libertà di decidere il corso della sua esistenza. Lei, scelta dal marito, Cheong, perché donna ordinaria, moglie insignificante e dalla personalità passiva, senza grilli per la testa e di poche parole, mostra tutta la sua determinazione nel portare avanti il suo proposito: diventare un albero, radicare le proprie braccia nella terra, vedere le foglie ricoprire il proprio corpo e i fiori sbocciare tra le gambe. La progressiva trasformazione del corpo di Yeong hye e il suo lento dissolversi delineano lo sviluppo del romanzo. Il deperimento fisico, la fattezza scheletrica sono solo manifestazioni esteriori di un profondo malessere esistenziale non esplicitato ad alcuno, neanche a sé stessa. Un magma interiore che, a volte, risale, erutta e si cristallizza in sogno. Quel sogno che non la fa dormire per più di cinque minuti di fila e ritorna facendo scivolare la protagonista fuori da una coscienza nebulosa. Non si può dare consistenza ad un corpo, da cui è stata gradualmente eliminata ogni superfluità, dipingendolo di fiori, di foglie e lunghi steli. È solo illusione, il cui apparente senso di sazietà conduce alla scelta estrema, il digiuno. E con tale scelta Yeong hye lascia cadere l’esile filo che la teneva legata alla vita di ogni giorno. Non la cura, non il tempo possono cancellare il dolore che accompagna la vita di tutti gli esseri umani, partecipi dello stesso destino di sofferenza e di annientamento.
Il corpo come limite, come ostacolo nella conduzione della propria esistenza, attesta la fragilità degli uomini, che manifestano, nello stesso tempo, la loro resilienza e la loro capacità di andare oltre quel limite, facendo leva proprio su altre potenzialità. Nell’opera L’ora di grecoHan Kang racconta di una donna che, colpita da totale afasia, decide di seguire le lezioni di un professore di Greco ipovedente. Due capacità sensoriali la cui contemporanea assenza sembra impedire qualsiasi relazione, facendo sprofondare i due protagonisti nella più sorda e buia solitudine. Limiti, quelli dei due protagonisti, di origine psichica e fisiologica, manifestazioni esteriori dell’assenza. Il vuoto determinato dalla morte della madre e dalla sottrazione del figlio per lei, quello segnato dalla fine di una storia d’amore e da un padre anaffettivo per lui. Eppure a quel corpo e alle altre sue capacità sensoriali ci si appella per stabilire relazioni, per colmare il vuoto esistenziale. Il rumore di un corpo e il suo profumo, il contatto fisico di un indice tremante sul palmo della mano, quello di un abbraccio o di un bacio sono una risposta al silenzio e all’assenza, danno un barlume di senso alla fragilità umana e rendono, forse, più accettabile l’idea che il giorno in cui renderemo al mondo della materia quanto di più fragile, delicato e solitario possediamo, ovvero la nostra vita, non riceveremo nulla in cambio.
Tutto il mondo di Han Kang con i suoi fragili personaggi è presente anche in Convalescenza, un dittico, che rimanda ai nuclei de La Vegetariana. Ancora una volta il corpo con le sue trasformazioni e le sue sofferenze palesa la condizione umana. Una ferita alla caviglia, una malattia irreversibile diventano metafore degli ostacoli esistenziali, tanto più insormontabili quanto più si è soli ad affrontarli. Relazioni significative negate o mai sviluppate. Domande eluse, risposte rimandate diventano occhi pieni di lacrime, mani tremanti, parole non pronunciate che soffocano in gola e pizzicano come uno spillone rovente. Cicatrici che segnano il corpo, cicatrici che segnano l’esistenza. Lividi azzurri, marcati, sempre più estesi, che conferiscono al corpo le sembianze di una pianta. È una trasformazione necessaria, conseguenza di una infelicità non bandita, di una solitudine mai colmata, di un’anima tormentata che cerca di sfuggire ad un destino già segnato. Trasformarsi in una pianta e poter vivere solo di vento, sole e acqua diventa un sogno, una risposta a quella inquietudine esistenziale che, giorno dopo giorno, annienta. Un sogno, però, non salvifico perché i frutti di quella pianta hanno un sapore acido, quasi pungente dal retrogusto esclusivamente amaro. Non ci si può sottrarre al dolore, il cui scopo è costringere l’uomo a fermarsi e, in un mondo colmo di solitudine, farsi carico della sua triste condizione esistenziale.

In Atti umani il massacro di Gwangju del 1980, compiuto dall’esercito ai danni della popolazione inerme, offre l’occasione ad Han Kang di riflettere sui corpi martoriati da una violenza inaudita. Non vi sono differenze di sesso, né di età, né di status, ma solo di gradazioni di orrore. Sono corpi in decomposizione, con squarci profondi attraverso cui si vede la nuda carne, con il cranio completamente sfondato, con spalle tranciate e numerosi lividi. Corpi che sudari macchiati da chiazze di sangue e secrezioni acquose non preservano dal tanfo della putrefazione, ma dagli occhi terrorizzati di chi cerca di sollevare quei drappi con la paura di riconoscere qualche tratto familiare. Corpi trascinati, sollevati e buttati sui camion dell’esercito, accatastati uno sopra l’altro a forma di croce. E, tuttavia, proprio questi corpi ammassati perdono la loro materiale individualità per diventare testimonianza, memoria collettiva. Anime, che sopravvivono al disgregarsi del loro corpo. Anime segnate dal peso di interminabili agonie. Forze pure, senzienti, non caduche, che si spingono oltre i confini di quel ricettacolo, vi indugiano, fluttuano in prossimità, lo guardano con sempre maggior distacco fino ad abbandonarlo. Anime che i sogni e, soprattutto, la memoria fanno sopravvivere all’oblio.

La rilevanza del corpo, pur nella consapevolezza della sua aleatorietà, è evidente nell’opera Il libro bianco, con cui Han Kang vuole concretizzare il ricordo della sorella, morta poche ore dopo la nascita. Anche in questo caso la memoria restituisce, in qualche modo, la vita ed evita che tutto sia dissolto dal tempo. ‘Ti prego, non morire’ è l’accorata richiesta della giovane mamma alla figlia appena nata, un vero mantra, che assume per la scrittrice la valenza di un dovere morale, richiamare in vita quella piccola creatura. E lo fa offrendole il suo corpo per consentire alla sorella maggiore, mai conosciuta, di fare esperienza di quel mondo che le è sfuggito troppo prematuramente. Immagina che la morte l’abbia sfiorata per un soffio e sia giunta a Varsavia, città dove la scrittrice si è trasferita e dove dà corpo al progetto di scrivere del bianco, non quello puro ‘e intatto dello zucchero filato’, hayan, ma quello che ‘evoca un desolato intreccio di vita e morte’, huin. E bianchi sono tutti i doni, di cui fa esperienza quel corpo offerto alla sorella. Oggetti che, pur nel loro splendore e bellezza, pur nella loro materiale esistenza, risultano freddi, fluttuanti, fragili, caduchi, estranei ad ogni forma di persistenza. Essi sono lì a ricordare che tutto è come una casa di sabbia che si sgretola, che scivola ostinatamente tra le dita sin dall’inizio.

La memoria individuale e quella collettiva, la sofferenza fisica e psichica che strazia i corpi, l’irrompere di sogni nel quotidiano sono gli elementi della scrittura di Han Kang presenti anche nell’opera Non dico addio. Un sogno ricorrente turba Geong-ha, una delle protagoniste del romanzo. Migliaia di tronchi neri, di differente altezza, punteggiano una montagna e dietro a ciascun tronco un tumulo, delle tombe, alcune delle quali già inghiottite dall’avanzare del mare, altre da salvare e con esse le ossa custodite. Un sogno che fa tremare, fa battere i denti, un urlo che scuote. Un sogno che insieme ad addii pronunciati per scelta ed altri subiti senza poter far nulla per impedirli trafigge, lacera il corpo di Geong-ha. Non è facile conciliarsi con la vita. La consapevolezza della precarietà dell’universale esistenza, della fatica di vivere, dell’ineluttabilità della morte e dell’irreversibile dissolversi del corpo accompagna gli uomini sin dal loro primo vagito. Dare un senso al nulla sembra essere un compito titanico, destinato a risolversi in una sonora sconfitta, nell’annichilimento. Eppure c’è qualcosa che può salvare da tutto ciò, che può impedire che ogni cosa sia fagocitata nel nulla. Ascoltare quel sogno, rimestare nel passato, dare voce alle migliaia di cittadini massacrati nell’inverno del 1948 sull’isola di Jeju, dare dignità ai loro corpi accatastati nelle fosse comuni, dare un nome alle ossa di persone senza più occhi né lingue, senza organi e muscoli non più umane e, tuttavia, ancora umane. Connessioni emotive che legano l’uomo al proprio corpo, ai propri simili, ad altri esseri viventi. Connessioni emotive che stabiliscono una relazione circolare tra il presente e il passato, perché se il presente può mettere ordine in quel passato, renderlo comprensibile e palesarlo, quel passato dà senso al presente, lacerato da un dolore esistenziale e da un male oscuro. Nel recupero della memoria e dei ricordi, sostiene Han Kang, il passato può aiutare il presente e i morti salvare i vivi.
L’originalità dei nuclei tematici trattati dalla scrittrice coreana è amplificata dalla struttura attraverso cui i suoi romanzi si sviluppano e dal suo linguaggio. Romanzi polifonici che danno voce ad una pluralità di personaggi, i quali esprimono le loro angosce, i loro dolori, il loro mal di vivere di fronte ad un mondo capace di tanta violenza. Romanzi polifonici, che danno voce anche a corpi privi di vita, ma senza limiti spaziali e temporali. Soggetti narranti e oggetti di storie mettono a nudo le violenze subite, quelle fisiche e, soprattutto, quelle psicologiche, le assenze, di cui non ci si può rassegnare, le presenze, contro cui condurre un’estenuante lotta. Voci, che scavano nel passato denunciando le violenze perpetrate, le offese subite dai corpi inermi di cittadini impotenti. Voci che hanno smesso di parlare, sostituite da un contatto fisico, una carezza, un bacio, un amplesso. Voci che chiedono cura perché, in tanta solitudine, c’è bisogno di chi si faccia carico del dolore altrui, senza volgere lo sguardo altrove. Han Kang lo fa appellandosi al linguaggio che insiste sulla necessità di immaginare i tanti punti di vista delle persone e degli esseri viventi, linguaggio che ci collega gli uni agli altri, e alla letteratura che, avvalendosi del linguaggio,si oppone a ogni atto che distrugga la vita.
- La traduzione italiana dei romanzi ‘La Vegetariana’ e ‘Atti umani’, ad opera di Milena Zemira Ciccimarra, è stata effettuata a partire da quella inglese di Deborah Smith, che se da un lato ha commesso diversi errori di traduzione lessicale e sintattica dall’altro ha dato alle opere un’affascinante resa stilistica che ha consentito alla scrittrice coreana di raggiungere un numero di estimatori sempre più ampio in Occidente e di vincere il Man Booker International Prize nel 2016 per La Vegetariana




































































