Mutazioni del capitalismo e difesa delle istituzioni

Tutto oggi appare messo in discussione, anche nel campo minato del neoliberismo felice e della manipolazione del consenso, come nello stesso mondo Maga, dove tutto, fin qui, aveva avuto un senso.

Ci troviamo di fronte, se non a un moloch misterioso (come saremmo tentati di dire, ma solo per consolarci nello sgomento), sicuramente ad una realtà mutata ed estremamente complessa, che, per mancanza di immaginazione, continuiamo a catalogare secondo i canoni tradizionali

Un contesto capovolto e intricato, da cui non possiamo uscire, se non, forse, con una citazione classica, cioè cercando di capire e di isolare quella “differenza specifica” di cui parlava illuminatamente Karl Marx nella Einleitung del’57, nel senso di saper vedere nell’astratto il concreto e nel generale le molteplici articolazioni e le numerose determinazioni del particolare. Distinguere gli elementi comuni da quelli specifici, senza ipostatizzazioni, assumendo il concreto come risultato e non come punto di partenza, come “sintesi di molte determinazioni” e come “unità del molteplice”. Gloriosi schemi metodologici sempre significativi e validi per affrontare, in modo “scientificamente corretto”, quella che una volta si chiamava “economia borghese”, per coglierne le contraddizioni, oggi indubbiamente di altro genere e di altra portata.

Siamo di fronte ad una trasformazione interna delle regole del capitalismo occidentale, statunitense ed europeo, che ha cambiato pelle ancora una volta, come spesso ha fatto nel corso degli ultimi due secoli, passando attraverso involuzioni ed evoluzioni, sia di tipo strutturale che di tipo organizzativo.

La “grande trasformazione” del Welfare e delle democrazie liberali, di cui parlava Karl Polanyi a metà del Novecento, si è ribaltata nel suo contrario. Non c’è più spazio né ossigeno per le convinzioni di apertura partecipativa. Persino la cosiddetta “cultura manageriale” che, fino a circa vent’ anni fa, in piena globalizzazione, si presentava come una fede da costruire e da seguire a vari livelli sociali, e persino etico-educativi, di organizzazione e di relazionalità, oggi è quasi del tutto ignorata nel contesto della società civile, sia a livello di efficientismo di base, sia a livello simbolico e motivazionale. A sostituirla, gradualmente e poi sempre più velocemente, una visione verticistica che affida fideisticamente alla finanza, e alla politica autoritaria, che oggi la esprime, la ripresa produttiva di alcuni settori dell’economia e della società. Non è un caso se le ricette, che alcuni politici, provenienti direttamente dal mondo della finanza o ad essa strettamente imparentati, hanno suggerito, per esempio all’Europa, per superare le difficoltà produttive degli ultimi anni, si alimentano solo di finanza e di “competitività” e non di investimenti reali in progetti sociali e occupazionali concreti, di contrasto alle disuguaglianze e di salvaguardia dell’ambiente.  Tutto sembra avvenire e risolversi in una “bolla finanziaria” che trova nel riarmo e nella mobilitazione bellicista la sua unica sponda concreta al baratro del debito pubblico.

Il nuovo capitalismo che domina l’Occidente statunitense e, in prospettiva, anche quello europeo, non è un ulteriore neo-capitalismo, ma è decisamente un altro-capitalismo, che ci stupisce, perché sembra nato da una manipolazione genetica o da una malattia autoimmune: un capitalismo che si fa guerra da sé e si autodistrugge per rinascere binario sul terreno della competizione e del conflitto interno, dove la sovranità politica si annulla nella sovranità digitale seppellendo ogni parvenza di scelta democratica. È in questo contesto che si sono affermate le tecno-destre e il trumpismo, in un intreccio perverso di potere, finanza e intelligenza artificiale e di definitiva deformazione della democrazia in senso autocratico.

Le guerre dei droni e dei corpi si mescolano e si confondono con le guerre finanziarie e le guerre commerciali nel grande caos della post-globalizzazione, gestito da Trump e dall’America anti-liberale, conservatrice e revanchista, in modo apparentemente scomposto, ma determinato.

Dalla fake new della “pace in Palestina” all’attacco al Venezuela e al suo petrolio, dai dazi al diktat del riarmo, lanciato con piglio colonialista, ad un’Europa confusa e divisa, dalla gestione familiare del potere al sostegno ai coloni israeliani e alla complicità con gli orrori di Netanyahu nella striscia di Gaza, fino  e all’aggressione all’Iran, con annesso omicidio,  che pone la pietra tombale su qualunque forma di multilateralismo e di diritto internazionale, Trump viaggia come un treno supersonico, sicuro di non dover rispondere solo a se stesso e ai suoi presunti princìpi, come pure sfacciatamente afferma, ma ad un sistema che ha costruito, e che lo ha costruito, e di cui è mera e transeunte parvenza, sia pure carica di perseverante e stabile dominio.

Che cosa sta avvenendo negli USA della seconda presidenza Trump? E che cosa è avvenuto nell’ultimo decennio nello scenario capitalistico internazionale? Secondo l’analisi dello storico ed economista Alessandro Volpi (A. Volpi, La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, 2025) è in atto una feroce guerra finanziaria che mette in crisi gli equilibri riproduttivi e di crescita del sistema, ponendo le basi per un futuro mutamento, del quale però è impossibile delineare i connotati specifici.

Da una parte i cosiddetti “padroni del mondo”, che rappresentano i grandi fondi finanziari americani, le famose “Big Three” (Black Rock, Vanguard e State Street), che per anni hanno rastrellato i risparmi pubblici e privati, raggiungendo cifre esorbitanti di liquidazione e di controllo azionario, sostenitori di una finanza onnivora e salvifica, capace di sostituirsi allo Stato persino nelle funzioni sociali e civili. Una finanza da establishment, che controlla società globali, come le big tech e cresce in modo smisurato, e che, perciò, ha bisogno di regole, alle quali non può sottrarsi, se vuole gestire al meglio le proprie dimensioni.

A questa finanza, che da sempre in America si è identificata nel Partito Democratico, si è contrapposta la destra autocratica di Trump e il mondo delle criptovalute e dei cosiddetti hedge fund, i fondi più speculativi e più agili, per i quali le regole sono d’ostacolo non solo ai profitti, ma soprattutto al predominio del dollaro sull’economia mondiale. Una finanza di “scommettitori d’assalto”, che tiene alta l’anima autentica del capitalismo, la sua essenza “infelice” come direbbe Luigino Bruni, fomentata dall’ideologia del business e dall’ossessione della crescita

La guerra aspra e tutta interna al capitalismo occidentale, tra queste due componenti finanziarie, rivela nel un tratto autodistruttivo e quasi apocalittico, da resa dei conti finale, a cui i semplici cittadini non possono non guardare con un certo “timore e tremore”, specialmente quando entrano in scena le prove di forza, il capitale privato e i progetti a breve e lungo termine, dall’eugenetica alla costiera di Gaza, all’esplorazione di Marte.

La guerra finanziaria americana, che alimenta e si rispecchia nelle incontinenze trumpiane, non è solo un problema di metodo, ma anche di merito, giacché trasforma gli equilibri interni della politica e della società civile, a seconda della direzione più o meno etica che assumono titoli e piani di risparmio, specialmente quando si indirizzano verso la produzione di armi e verso la guerra, come sta avvenendo in questi anni.

Il cerchio si chiude in modo inesorabile e ci svela un orizzonte asfittico, esposto agli esiti imprevedibili dell’azzardo speculativo e della totale assenza di senso della realtà e di senso etico, come quella che sembra attraversare personaggi come Peter Thiel o Paul Atkins, fautori di un capitalismo sempre più aggressivo e “feudale”. Non ci sono alternative per chi, da semplice cittadino, voglia avere una minima voce di contrasto e di proposta, se non quella di aggrapparsi alle istituzioni democratiche faticosamente costruite e che ancora resistono e difenderle  

Prima fra tutte la Giustizia, solo antidoto possibile a scommettitori (e politici) d’assalto.

[“Il senso della Repubblica”, Anno XXI n. 3 Marzo 2026 Supplemento mensile del giornale online Heos.it ]

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