I resti di Babele 67. La scrittura come coscienza: il mondo secondo Giovanni Bernardini

 di Antonio Errico

Ho incontrato la scrittura di Giovanni Bernardini l’estate che scoprii  “Provincia difficile” e avevo quindici anni. Poi, da quando mi è capitato di  leggere il saggio di Walter Benjamin sull’opera di Nicola Leskov, tutte le volte che ho preso in mano uno dei suoi libri,  mi è venuta in mente l’immagine di un signore calvo, minuto, con gli occhiali e il volto di Giovanni,  che sale e scende da una scala a pioli che affonda nelle viscere della terra e si perde tra le nuvole.

La narrazione di Giovanni Bernardini affonda le radici nella terra e si perde tra le nuvole. Con quell’ equilibrio stilistico che può venire solo da un grande mestiere. Con quella lingua materica, concreta, essenziale, che costituisce il lusso di chi non intende trasporre, trasfigurare, celarsi dietro le maschere dell’ambiguità, della finzione. 

Bernardini è uno scrittore di fatti. Anche quando attraversa territori del surreale, il riferimento ai fatti costituisce comunque il motivo o quantomeno il movente del narrare. L’osservazione del mondo, della sua superficie, la descrizione precisa delle cose  viste e di quelle udite, una certa cadenza stilistica tipica del giornalismo d’inchiesta, sono condizioni che connotano  la sua scrittura. Ma di tanto in tanto si avverte, nettamente, lo scatto verso la figuratività, la sfera onirica e visionaria. Accade quando ha bisogno di comprendere ragioni ( e passioni) che il dato tangibile, la relazione di causa ed effetto non possono spiegare. Accade quando non gli basta il ragionamento, la logica, l’evidenza, la dimostrazione, quando non rispondono alle sue interrogazioni le categorie della politica, della sociologia, della religione, quando la parzialità della prospettiva falsifica inevitabilmente la visione.

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