Il narrare di Giovanni Bernardini è stato sempre uno scandaglio della coscienza. Anche la sua poesia è stata questa cosa. Scrivere, in ogni forma, è stato un modo per confrontarsi con tutto, con tutti: con il mondo, con i vivi e con i morti, i vicini e i lontani, con quelli che gli camminavano accanto, con gli altri perduti per strada, con le storie che ha vissuto o sognato o che ha immaginato, con le ombre della sua giovinezza, con i fantasmi della vecchiaia.
Ecco. Scrivere, forse, è stato una sua precisa maniera per tenere il conto dei giorni, per non lasciarsi sfuggire le emozioni, per alzare muri in faccia alla dimenticanza.
Per Bernardini la poesia è concretezza concettuale, che sul piano del linguaggio si traduce in una forma e in un lessico che rifiutano ogni ambiguità, ogni artificio. Le parole hanno significati precisi, inequivocabili, e la sintassi assume l’ andamento di un monologo lirico, sì, ma lineare e incalzante.
Se poi la poesia è tramata da simboli e metafore, è proprio perché la solitudine è simbolo e metafora. Della morte.
Questo, per Bernardini, è la scrittura; questo è diventata con lo stratificarsi degli anni: un gesto naturale come uno sguardo, un movimento delle mani, un battito di cuore, un soprassalto del pensiero, un trasalimento improvviso, un confronto sereno, un sonno quieto, l’ansia di un’insonnia, il bisbiglio di una preghiera. Una fede umana. Troppo umana. E, per questo, fragile e poderosa, innocente e assoluta.
[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, giovedì 2 aprile 2026]




































































