***
L’occhio del padrone
Si suicida anche questo giorno
mal buttato in disdicevoli appannaggi
sderenato dentro squallidi ospitali
non ho raggranellato nemmeno un rosario
di spicchi d’aglio marcito
un altro giorno alla boia d’un cane
a fare ingrassare l’occhio del padrone
e in gloria dello nimico di Dio
***
Mattinale otrantino
Come quando già si rannuvola
mentre dal colle della Minerva a piedi
ti porti verso il borgo antico
ed infuria poi all’improvviso
– e sei solo a metà percorso –
quel cielo che abbaia e sputa
e più morde e tu più esecri
e sbraiti e più ti impantani
nel brago di un mattino sdrumato
tristo, come l’occhio dell’infinito
rabido, come il cipiglio del destino
sacro, come le sante ossa e imperiture
degli ottocento martiri
che ti guardano passare
***
Ma per favore…
Vita, che riaffiori fra i tavoli di un bar
o dal greto della mia disperazione,
nell’aria rinfrescata
dalla pioggia appena caduta:
dimmi, infingarda, chi ti ha mandata?
Vita, che mi riprendi dalle noie,
dai miei dolori e dalle mortificazioni:
che credi, per una giornata di sole,
di potermi illudere o gabbare?
Ti conosco, vita, sei quella degli insulti,
delle botte, dei fischi e dei fiaschi,
pensi di cavartela con così poco
nell’aria migliorata
dalla festa appena arrivata?
Perché, infingarda, non te ne torni
da dove sei venuta?




































































