di Alberto Fraccacreta

Nel gennaio del 1959 al Théâtre Antoine di Parigi debutta Les Possédés, adattamento teatrale in tre parti del romanzo dostoevskiano I demòni, realizzato nientemeno che da Albert Camus. Il Premio Nobel algerino non si era certo risparmiato: in quattro ore filate di pièce, all’appello c’erano trentatré attori e sette scenografie diverse, agilmente alternate da una piattaforma rotante. Risultato: un tour de force drammaturgico applaudito da pubblico e critica. Il testo fu stampato da Gallimard nello stesso anno.
Non è soltanto una paronomasia ma lo dice anche il proverbio che dall’aria frizzante parisienne a quella barisienne il passo è breve (e si pensi anche a Les barisiens di Daniele Maria Pegorari): sempre nel ’59 Vittorio Bodini, allora docente di Lingua e letteratura spagnola all’università, e Gustavo D’Arpe, amico dell’adolescenza leccese, nonché redattore della Gazzetta del Mezzogiorno e attore, decidono di mettere su il soggetto per un film; I posseduti – guarda caso – è depositato alla SIAE in novembre. Da esso sguscia un treatment (più dettagliato, con qualche modifica, tra cui i nomi dei protagonisti) dal titolo Vite barocche. Purtroppo, il film non fu mai realizzato. Conservati all’Archivio Bodini nella Biblioteca Centrale dell’Università del Salento, i dattiloscritti sono finalmente disponibili in un’edizione, provvista di appendice documentaria, che riannoda i momenti salienti della collaborazione tra Bodini e D’Arpe: dalla stesura dei Posseduti al trattamento vero e proprio, fino ad Atmosfera e significati della storia, un saggio descrittivo che racconta gli «irti contorcimenti» degli ulivi, i motivi profondi di un «Sud finora inesplorato dalla narrazione cinematografica». Vite barocche. Trama per un film (a cura di Antonio Lucio Giannone, Besa Muci, pp. 136, € 15,00) restituisce quindi al lettore un’esperienza artistica singolare, frastagliata, basaltica. Osserva Giannone nel contributo prefatorio: «Non sappiamo come sia nata l’idea di scrivere insieme il soggetto per un film. Forse fu proprio D’Arpe, in contatto con gli ambienti cinematografici, a suggerire a Bodini questa idea. (…) Per scrivere il soggetto, Bodini riutilizzò un suo romanzo giovanile rimasto inedito e incompiuto, pubblicato postumo col titolo Il fiore dell’amicizia, piegandolo però (…) ad altre esigenze e ad altri scopi e facendone quindi qualcosa di radicalmente diverso». Il romanzo, probabilmente composto tra il ’42 e il ’46, metteva in campo le acrobazie autobiografiche di squattrinati pugliesi, vitelloni avant lettre: l’apporto di D’Arpe è da ravvisare probabilmente nel missaggio tecnico, cioè nel trasferimento formale della scrittura narrativa in storyline filmico.




































































