Ecco l’incipit dei Posseduti (l’originale è costituito da undici pagine dattiloscritte e ambientato nel 1939): «Questa è una storia del Sud. Un Sud senza macchiette né gallismi. Un meridione che si svela nel paesaggio. Un paesaggio che entra nella storia dei suoi personaggi, come elemento vivo e realistico, allusivo e simbolico». Marcello, un cinico «Ulisse di provincia», deve lottare assieme ad altri giovani edonisti e tardo-dannunziani contro i signori, i contadini e la piccola borghesia di Lecce, quell’«anima del Salento» fatta di battisteri, gerani su «balconi spagnoleggianti», esoterismo diffuso. Questi maudits vogliono uscire dalla prigione dorata dei loro «sogni barocchi» in modo da guadagnare le blandizie della «classe alta»: serve un matrimonio – è l’idea di Alfredo, «rampollo degenere dell’aristocrazia» – con tanto di fuga e vestimenti fascisti «per entrare tra i “dominatori”». Il prescelto è appunto Marcello che «ha un’aria quasi da signore»; la promessa sposa è Margherita, cugina di Alfredo. Bodini e D’Arpe ci conducono tra poeti idealisti e riti tenebrosi, nel cuore moresco della volontà di potenza salentina.
Vite barocche consta invece di cinquantatré pagine dattiloscritte. Qui i personaggi principali sono Ernesto Agostini e Pia Sangermano, ma ancora «il vero protagonista è il paesaggio, il paesaggio assolato», la camusiana pensée de midi. Insomma, il setting è il prim’attore; il contenitore è il contenuto. Nei titoli di testa campeggiano abitazioni bianche di calce, squarci d’azzurro, le tomentose foglie di tabacco, fichi d’India, cariatidi. Vite barocche è una sceneggiatura a tutti gli effetti che tenta di penetrare le increspature di una Puglia oscura, lancinante. I «dritti» ora sono intenti a disquisire «di donne e di gioco», ora sono a teatro ad attendere le ballerine, ora fanno schioccare le stecche del biliardo. Professionisti del bighellonare, rasentano il paesaggio urbano fino a Santa Maria di Leuca.
Non è un caso che l’indagine socio-antropologica di Bodini si intrecci alla spedizione salentina di Ernesto de Martino nell’estate del ’59 (da cui verrà fuori, nel ’61, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud). «Consulente per i riti magici delle prefiche e dei tarantolati», de Martino additerà i segni nascosti del tarantismo (in particolare, la recrudescenza ciclica e l’apparizione di san Paolo che rivela la futura guarigione), la vita riarsa dei contadini e le leggi ferree della realtà meridionale nei «campi sotto un sole spietato». Atmosfera e significati della storia, composto da quattro pagine numerate, è un contributo che spiega il tentativo – destinato al fallimento, verghiano – di ascesa sociale di Ernesto (il Marcello dei Posseduti), colto da una «febbre di possesso» che lo induce a sedurre una tabacchina, Ndata, «creatura semplice e primitiva», poi presa dal demone – dal blues, si direbbe – della taranta. Come sottolinea Giannone, nel finale di Vite barocche «compare un motivo centrale della riflessione bodiniana presente anche nelle raccolte poetiche degli anni Cinquanta: la condizione di immobilismo del Sud, dove la storia non riesce a procedere e anzi sembra che vada all’indietro, proprio come il “cavallo sorcigno” che “camminerà a ritroso sulla pianura”, di una lirica della Luna dei Borboni». Il barocco salentino è miscela di grazia e scaramanzia, voluttà visiva e terra aspra.
[In “Alias Domenica – il manifesto”, 5 aprile 2026]




































































