di Antonio Errico

La città si rintana in un silenzio stupefatto, impenetrabile, ostinato, che dilaga per le strade, le piazze, le corti, sale fino ai balconi, s’attacca alle facciate dei palazzi, ai frontoni delle chiese. E’ il silenzio assoluto che si genera nell’aria soltanto quando la Nazionale perde una partita.
Qualsiasi altro silenzio è una diversa cosa. Il silenzio di quando l’Italia perde una partita è una sospensione del tempo: è come se tutto fosse già accaduto, come se nulla possa più accadere.
Non m’intendo di calcio. Per dare un’idea della competenza, dirò che sono rimasto a quel manipolo di eroi omerici che rispondevano ai nomi di Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera, Domenghini, Mazzola (o Rivera), Boninsegna, De Sisti, Riva. Per amor di patria vedo solo le partite della Nazionale. L’altra sera ho visto quella con la Bosnia. E’ andata com’è andata.
Non mi riguarda se sono stati fatti errori, se ci sono state tattiche sbagliate, se fosse inadeguata la formazione. Mi è piaciuto Gattuso che masticava tristezza amara.
Forse si poteva vincere. Ma si è perso. Succede.




































































