Una volta si vince; una volta (o tre) si perde. E’ così che va la vita e quindi anche il gioco del pallone. Lo ha già detto Osvaldo Soriano: sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni. Ai Mondiali non si va, neanche stavolta. Non è bello, d’accordo. Anzi è deprimente. Ma non è la fine del mondo; nemmeno dell’Italia; nemmeno del calcio in Italia. E’ fatta anche di questo la storia del pallone. Bisogna farsene una ragione. Tiferemo per qualcun altro. Siamo tutti abitanti nello stesso condominio del pianeta, alla fine dei conti.
Ci sono partite che si possono anche perdere. Ce ne sono altre che bisogna vincere per forza, perché non sono un gioco, perché coinvolgono il destino di tutti e di ciascuno. Le partite che gioca un Paese tutt’intero non si possono perdere, mai. Questo Paese di partite ne ha vinte. Ha vinto quelle che ha giocato con il cuore.
Ci sono partite nelle quali non servono le tattiche, gli schemi. Non servono nemmeno i campioni. In certe partite si deve giocare con il cuore. Certe partite sono l’opera d’arte di un Rinascimento.
Si giocava a pallone, una volta, per la strada. C’erano quelli che giocavano con le scarpe e quegli altri che, invece, no. Le scarpe che avevano se le toglievano per risparmiarle, e giocavano scalzi. Erano i più bravi. Avevano più grinta, più voglia di segnare. Non dovevano solo vincere; dovevano rivincere, per conto di quelli che erano venuti prima, di quelli che sarebbero venuti dopo.
Anche adesso ci sono quelli che giocano senza scarpe. I giovani disoccupati giocano senza scarpe, per esempio; e non si pensi, e non si dica che si vestono firmati, perché non c’entra niente.
I pensionati da quattro soldi al mese giocano senza scarpe, per esempio; e non si pensi e non si dica che tanto ci sono abituati.
I precari giocano senza scarpe.
I giovani, i pensionati, i precari, devono scendere in campo e giocare la partita, e vincerla. Anche le donne devono giocare perché quella che gioca l’Italia è una partita di tutti, per tutti.
Poi ci sono quelli che le scarpe ce l’hanno ma non possono permettersi di stare a guardare. In campo, dunque, anche loro. Perché non si vince mai da soli, non si vince nemmeno in undici. Si vince in 58,95 milioni. Oppure non vince nessuno.
[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 5 aprile 2026]




































































