di Roberto Orlando

Francesco Paolo Raimondi
Da qualche decennio il settore degli studi biblici ha conosciuto notevoli progressi e nuove sinergie disciplinari, principalmente nei confronti della filologia e dell’archeologia. Gli studiosi di tale ambito, riconducibili prevalentemente alla corrente minimalista, ricusano ogni attendibilità storica riguardo alla maggior parte degli episodi della Bibbia, per cui le narrazioni inerenti ai Patriarchi, a Mosè, a Davide, a Salomone, a Sansone, ad Ester, Rut, ecc. devono essere classificate come miti, leggende.
Premesso che il suo saggio “non nasce da pregiudizievoli posizioni antireligiose o irreligiose”, come egli stesso scrive nella prefazione, Francesco Paolo Raimondi [1], filosofo, storico della filosofia, uno dei massimi studiosi a livello internazionale di Giulio Cesare Vanini, autore del poderoso e ponderoso libro: “Dall’antico Israele al Cristianesimo delle origini. Tra mito e storia” (tomi I e II, rispettivamente pp. 630 e 803, Aracne, Roma, Euro 80), espone i risultati delle sue lunghe ricerche e argomenta, allineandosi alle tesi del teologo e studioso biblico statunitense Thomas L. Thompson, professore alla Marquette University, di Israel Finkelstein, archeologo israeliano, del biblista e teologo danese Niels Peter Lemche, e di altri, e inficiando quelle ormai classiche del saggista tedesco Werner Keller e dell’archeologo e linguista statunitense William Foxwell Albright, dubita fortemente che la Bibbia avesse ragione riguardo alla storicità e all’autenticità dei testi che la compongono, in quanto essa non è altro che “una costruzione propagandistica, ispirata per lo più al folklore e alle saghe popolari, approntata tra il quinto e quarto secolo nella fase di rientro a Gerusalemme dei deportati in Babilonia”.




































































