Ostalgie. Il riaffiorare di un Est scomparso

di Gianluca Conte

«Ichtrauere der DDR nicht nach, Ich trauere meiner Jugend nach»

(«Non rimpiango la DDR, rimpiango la mia gioventù»).

Frase spesso pronunciata, con alcune varianti, da tanti ex cittadini della DDR.

Ostalgie è una parola tedesca che racchiude in sé una contraddizione profonda. Nata dalla fusione di Ost («est») e Nostalgie (com’è facilmente intuibile: «nostalgia»), questo termine descrive il fenomeno culturale e psicologico per cui milioni di cittadini dell’ex Germania Est (la DDR, ovvero, Deutsche Demokratische Republik) e, più in generale, degli ex paesi del blocco sovietico, provano un sentimento di rimpianto verso la vita quotidiana sotto il socialismo reale. Ovviamente – questo va chiarito fin da subito – non è una nostalgia per il regime politico filosovietico, per la Stasi o per il Muro di Berlino in sé, ma per qualcosa di più sottile e difficilmente afferrabile, ovvero una quotidianità perduta, fatta di oggetti familiari, sapori, odori, relazioni sociali e persino una certa sicurezza (illusoria o meno) che il sistema della DDR garantiva.

Il fenomeno non è né semplice né monolitico, ma, al contempo, comprensibile e controverso, autentico e costruito, individuale e commerciale. Cercare di comprendere l’Ostalgie significa affrontare due domande scomode: come si elabora la fine di un mondo? È possibile sentire la mancanza di qualcosa che era, in fondo, una prigione?

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