Silvia Argurio, Bestiario tra sogno e alter ego

di Adele Errico

Bestiario interiore

La lunga storia delle metamorfosi in letteratura insegna che quando si viene trasformati in animali non per propria volontà o desiderio, accade sempre che si tratti di creature sgradevoli, simbolo di una inferiorità spirituale o di una incapacità del vivere: si pensa ai compagni di Ulisse trasformati in porci dalla maga Circe perché l’animale rispecchiava al meglio il loro animalesco gozzovigliare; al ragno in cui viene trasformata Aracne a causa della superbia manifestata in una gara di tessitura contro la dea Atena; a Lucignolo che, dopo essersi preso tutto il divertimento possibile nel Paese dei Balocchi, viene trasformato, tra dolori lancinanti e suppliche che diventano ragli, in un asino; a Gregor Samsa che si risveglia insetto mostruoso disteso nel proprio letto a pancia in su, enormemente angosciato solo perché non è in grado di recarsi a lavoro.  La metamorfosi sognata e desiderata è solitamente legata, invece, a creature migliori di quelle che siamo nella realtà. Mettiamo il caso, ad esempio, che uno dovesse immaginare di essere trasformato in un uccello. Penserebbe, magari, ad un rapace, un falco o un’aquila che volano alto sopra a tutto e a tutti, lontano dalle voci, lontano dai rumori. Non è il desiderio che appartiene a L., protagonista del primo romanzo di Silvia Argurio Bestiario interiore, edito da Manni (2026). Quando ogni mattina si sveglia per sporgersi dal cornicione della terrazza del proprio condominio, L. sogna di trasformarsi in un piccione. Stira il collo, inarca la schiena, apre le braccia come per librarsi in volo, curandosi che le signore del palazzo che stendono il bucato non lo vedano.  

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