(Ricordando Beppe Sebaste, con gratitudine)
di Antonio Devicienti

Ghirriano, walseriano, bianciardiano, sebaldiano, nomade, libertario, insorto e intransigentemente ribelle, solare, talvolta teneramente malinconico, autoironico, bergaminiano, divagante, sempre sorprendente, celatiano, in una sola parola-aggettivo: sebasteano – esiste? no, ma la invento io con la licenza che mi concedo da lettore appassionato e partecipe: Panchine (come uscire dal mondo senza uscirne) di Beppe Sebaste (Laterza Editori, Bari, prima edizione 2008), come del resto tutti i libri dello scrittore, è un ventaglio vastissimo di riferimenti e di diramazioni tenuti saldamente insieme da una scrittura limpida che gioisce del fatto stesso, puro e semplice, di esistere e di potersi dare a leggere a quel lettore che cerchi libri-ponti-oltre-i-confini.
Sia chiaro: se qui scrivo di Panchine penso, nello stesso tempo a un altro libro eccezionale che è obbligatorio leggere (e ascoltare) – Il libro dei maestri / Porte senza porta rewind (Luca Sossella Editore, Roma, 2010), ma anche a Oggetti smarriti e altre apparizioni (Laterza, Bari, 2009).




































































