di Antonio Errico

In principio fu così. Probabilmente ritornerà ad essere così: un dialetto. Probabilmente alla lingua italiana spetterà il destino di costringersi in un uso informale oppure in una lingua della letteratura. Come è già accaduto nel Novecento, in fondo, in quel secolo che nelle lingue dialettali ha prodotto opere meravigliose, tra cui quel poema in genovese antico che è Creuza de ma cantato da Fabrizio De Andrè. Andrà così, probabilmente, dunque. Lo ha detto Paolo D’Achille, presidente della Crusca, professore all’Università di Roma Tre, storico della lingua italiana. L’italiano sostituirà definitivamente i dialetti, perché diventerà esso stesso dialetto; si userà a scuola per la prima alfabetizzazione, ma poi, nel corso degli studi, verrà progressivamente abbandonato. Qualche anno fa, da un libro di Gian Luigi Beccarla intitolato “Tra le pieghe delle parole”, ho imparato che scompare una lingua ogni due settimane. Da tempo l’Europa che fu “melograno di lingue”, come dice Andrea Zanzotto, assiste all’agonia delle parlate regionali, macinate dall’abbandono della terra d’origine, dall’attrazione esercitata dalle città, dai fenomeni sempre più incombenti, più stringenti, di globalizzazione. Insieme alla lingue scompaiono universi di storie, di memorie, forme di pensiero, manifestazioni della realtà e dell’immaginario; cambia la percezione che si ha di sé e dell’altro, la sostanza e l’espressione dell’identità individuale e collettiva, le differenze che connotano la fisionomia di una comunità, di un popolo. Si perdono riferimenti antropologici e storici. Leggo nelle Voci del silenzio, un saggio di Daniel Nettle e Suzanne Romaine, che una lingua non è un’entità che si mantiene da sola, ma che esiste solo dove esiste una comunità che la parla e la trasmette. Una comunità di persone può esistere solo in un ambiente che le permette di vivere e nel quale è possibile reperire i mezzi per la sopravvivenza.




































































