di Gianluca Conte

«Un unico desiderio mi anima: fondere tutte le arti nella costruzione».
Walter Gropius, Manifesto del Bauhaus, 1919.
«L’arte non è una professione. Non esiste differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano».
Walter Gropius
Nel 1919, tra le macerie materiali e spirituali della Prima Guerra Mondiale, Walter Gropius fondò a Weimar il Bauhaus (letteralmente «casa della costruzione») con un manifesto che risuonava come un grido filosofico prima ancora che programmatico. «L’obiettivo finale di ogni attività creativa è l’architettura», scrisse Gropius, riecheggiando, forse inconsapevolmente, l’idea hegeliana che l’arte tendesse al proprio superamento, giungendo a una forma più alta di spirito oggettivato. Il Bauhaus non era semplicemente una scuola, ma un esperimento antropologico sulla possibilità di riunire ciò che la modernità industriale aveva spezzato.
La frattura che il Bauhaus cercava di ricucire era quella tra arte e tecnica, tra il fare artigianale e la produzione seriale, tra la bellezza e l’utilità. Friedrich Schiller, nel suo saggio Sull’educazione estetica dell’uomo (1795), aveva già diagnosticato questa lacerazione come il male profondo della modernità, poiché la divisione del lavoro aveva frammentato l’essere umano, riducendolo a un mero ingranaggio dei tempi. Il Bauhaus rispondeva a questa diagnosi con una proposta radicalmente pedagogica, cioè, riunire in un unico percorso formativo la mano e la mente, il Meister des Handwerks e il Meister der Form.




































































