di Antonio Devicienti

Egregio Maestro,
questo mio sarà un messaggio di gratitudine.
Amo la sua Grecia così estranea a ogni folklore, a ogni cliché.
Piango (di malinconia e di rabbia) mentre considero le mandrie di turisti (che mai comprendono quello che vedono – né mai desiderano comprenderlo) che brucano desertificandola la Grecia fattasi enorme baraccone estivo (lo stesso pianto riservo al mio Salento – e per gli stessi motivi).
MA c’è la sua Grecia, Maestro, che vive non vista, che chiama e innamora, la sua Grecia fatta di moltissime anime perché l’Epiro NON È la Tessaglia e la Tracia NON È l’Argolide…
A seguire il destino dei suoi personaggi, silenziosi e umili, lo sguardo (assieme al LORO sguardo) si apre sugli enigmi del vivere e, attraversando la Grecia su strade antichissime e sostando in taverne dai muri scrostati e dalle insegne semicancellate, impara a vedere il tempo non quale scorrere, ma quale stratificarsi di fatti e di volti, di voci e desideri.
Con gratitudine [A. D.]





































































