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Parodie involontarie? Italo Svevo aveva letto Le vergini delle rocce (1895) di Gabriele D’Annunzio? E se Zeno Cosini, il protagonista de La coscienza di Zeno (1923) non fosse altro che la parodia di Claudio Cantelmo, protagonista de Le vergini delle rocce ? E se Augusta, Alberta, Ada (lasciamo da parte la piccola Anna, che pure ha da dire la sua: Zeno è un “pazzo”) non fossero altro che la parodia di Massimilla, Anatolia e Violante, e il Signor Malfenti la parodia triestino-mercantile (è un commerciante di successo!) del principe-padre borbonico Luzio Capece-Monticello (uno sconfitto della storia) de Le vergini delle rocce? Zeno raggiunge lo scopo, l’ingresso in casa Malfelti e le nozze con Augusta, mentre Claudio fallisce: non sposerà nessuna delle figlie del principe e non metterà al mondo il superuomo, per fortuna dell’umanità intera!
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La mutazione dell’Occidente. Durante un dibattito sulla guerra in Iran con il politologo David Teurtrie, intitolato Emmanuel Todd: l’Occidente si sta autodistruggendo ,pubblicato il 25 marzo 2026 in “frontezero”, lo storico Emmanuel Todd afferma: “In realtà, siamo già nel peggio; ma se si guardano i giornalisti che commentano, c’è una sorta di ultimo sforzo disperato per far finta che esistano ancora elementi di normalità nella situazione; e il peggio non è solo adesso, ma ciò che verrà dopo (…); la verità del mondo, o meglio dell’Occidente attuale, è che l’Occidente sta mutando in un gruppo di stati terroristici. Ci sono i terroristi effettivi, cioè gli americani e gli israeliani, e poi ci sono i complici di omicidio, cioè gli europei, che non fanno nulla. E non è solo ciò che accade ora. Bisogna vedere le cose come un vettore, bisogna vedere dove ci porterà. Ancora una volta, ciò che produce le maggiori derive è l’incapacità di immaginarle…”. Todd dice che in Occidente c’è una sorta di “rifiuto di vedere il peggio” proprio nel momento in cui “siamo già nel peggio”; e la motivazione di tutto questo è che siamo noi i primi responsabili del peggio, lo abbiamo prodotto ed ora abbiamo serie difficoltà a riconoscere tutto questo e a porvi rimedio. I latini avevano un detto per designare la follia nella quale vive oggi l’Occidente: Quos Iuppiter vult perdere, dementat prius: “Dio toglie il senno a coloro che vuole mandare in rovina”. Su questo ragiona anche Giorgio Agamben in Quodlibet. Una Voce. Rubrica di Giorgio Agamben del 30 marzo 2026 : “È bene riflettere a un fatto che è talmente incredibile che si cerca a ogni costo di rimuoverlo, e cioè che lo stato che si dichiara il più potente del mondo è retto da anni da uomini che sono tecnicamente dei dementi.” Agamben non trova altra risposta che questa: “È forse in qualche modo per compassione e pietà che il Dio, che vuole perdere l’Occidente, lo conduca alla sua fine non nella consapevolezza e nella responsabilità, ma nell’incoscienza e nella follia.”
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La fiducia nella parola. Giorgio Agamben scrive: “Consiglio a uno scrittore. Non prendere mai, prima di scrivere, un atteggiamento, nella convinzione segreta che lo stile sia appunto la traccia di quest’atteggiamento in ciò che si scrive. Al contrario, che prima delle parole non ci sia nulla, nemmeno un gesto o un tono o un pensiero o un atteggiamento, che la parola sia assolutamente all’inizio: questa è l’ideale e minima condizione per poter scrivere.” (Quaderni, volume II, 1981-1984, Quodlibet, Macerata 2025, p. 223). L’esortazione di Agamben presuppone un’infinita fiducia nella parola, chiamata da sola a creare il mondo dello scrittore. Qualunque altro “gesto”, “tono”, “pensiero”, “atteggiamento”, è, come avrebbe detto il vecchio Croce, “allotrio”, cioè estraneo alla scrittura. Pertanto, il lettore riconoscerà il vero scrittore, tra la massa di persone che pratica la scrittura, dalla esclusiva fiducia nella parola, il che vuol dire dall’assenza di quanto esuli da questa fiducia.
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Quando occorre partire. Viaggiare non è operazione semplice come appare al turista contemporaneo, che va in un’agenzia e sceglie tra varie opzioni, le varie mete che l’operatrice gli propone. Gaston Bachelard sapeva bene che il vero viaggiatore fantastica sulla meta da raggiungere prima di partire: “I grandi viaggiatori sono in primo luogo, durante un’adolescenza prolungata, dei grandi sognatori. Perché si abbia tanto amore per la partenza, è necessario sapersi distaccare dalla vita quotidiana. Il gusto del viaggio inerisce al gusto dell’immaginare. Sembra che un intervento dell’immaginario sia indispensabile per conferire interesse agli spettacoli nuovi.”(Le avventure di Gordon Pym, in Il diritto di sognare, Dedalo, Bari 1993, pp. 118-119). Addirittura, bisogna vedere se stessi nel luogo d’arrivo e vedersi in una condizione felice, tale da persuaderci ad affrontare con leggerezza il disagio del viaggio. Bachelard mi ha rimandato alle pagine iniziali del romanzo di Elizabeth von Arim, Un incantevole aprile, nella traduzione italiana di Sabina Terziani, un romanzo che nasce da un sogno e da una visione – e forse è in questo tutta la sua bellezza -. Mrs Wilkins, a Londra, letto nel “Times” l’annuncio d’un castello ligure in affitto per il mese di aprile, cerca di convincere Mrs Arbuthnot a seguirla nella sua sognata avventura italiana. Ecco cosa le accade: “Ma Mrs Wilkins non la stava ascoltando; proprio in quel momento, per quanto assurdo potesse sembrare, le era balenata in mente un’immagine in cui due figure stavano sedute sotto un grande glicine rampicante che si allungava tra i rami di un albero a lei sconosciuto. Erano lei e Mrs Arbuthnot… le vedeva, le vedeva. Alle loro spalle, splendenti alla luce del sole, antiche mura grigie – il castello medievale – le vedeva, loro due erano là…”. (cito dall’edizione Mondadori, Milano 2023, pp. 26-27). Mrs Wilkins vede se stessa in compagnia di
Mrs Arbuthnot (una donna che ha appena conosciuto!) all’ombra del glicine e del castello ligure, la meta del futuro viaggio. Il suo sogno diventa visione, a tal punto pressante e urgente – e contagiosa – che anticipa il futuro, spingendo l’immagine fantastica a prendere corpo in una realtà concreta, come di fatto accadrà nel prosieguo del romanzo. Ebbene, quando ciò accade, ovvero quando riusciamo a vederci nella metà sognata e questa visione è per noi una promessa di felicità, allora questo è il segno che occorre partire.
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La sindrome angosciante della pagina bianca si verifica quando si hanno mille pensieri, mille idee, mille progetti, ma, all’atto pratico, lo scrittore si mette a scrivere e non viene fuori nulla. Allora, forse, occorrerebbe ribaltare il processo, partendo dal nulla per approdare lentamente nel luogo dove una folla dei pensieri chiedono di essere messi nero su bianco. Li si può accontentare solo se il nostro animo non è assillato da pretese, desideri, propositi, intenzioni più o meno dichiarate, insomma da tutta una serie di intralci che la volontà individuale frappone alla realizzazione dell’opera. In questo senso, si può dire che la vera scrittura – dico anche quella di un liceale che scrive un compito d’italiano – nasce ex nihilo.
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Compassione. Scrive Ludwig Wittgenstein, Osservazioni filosofiche 65, Einaudi, Torino 1981, p. 50. “Quando provo compassione per un altro perché ha dolori, mi immagino certo quei dolori, ma immagino d’essere io ad averli.” Il che vuol dire che la compassione non ha il suo fondamento antropologico nell’altruismo, bensì nel solipsismo (che è poi la sezione del libro in cui il filosofo tratta la questione). Quindi, i passaggi sono questi: io vedo il dolore altrui e immagino subito di provarlo sulla mia pelle: poiché questa immaginazione è per me insopportabile, io rivolgo il mio dolore immaginario sull’altro che realmente lo prova; e questo mi libera dal dolore che la mia immaginazione mi aveva procurato. La compassione non è altro, dunque, che la liberazione dal dolore che l’altro mi ha procurato con la visione del suo dolore. Come si comprende, la compassione è un sentimento molto raffinato, che può nascere solo se è innescato dal primo passaggio descritto sopra ovvero la visione del dolore altrui. Va da sé che chi bombarda un condominio, come avviene per esempio nelle recenti guerre mediorientali, e anche altrove, non ha compassione alcuna perché dall’alto di un aereo non è in grado di vedere il dolore altrui.
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Leggere col setaccio. Leggo, e tra le tante pagine d’un libro isolo una frase, che mi ha particolarmente colpito. La riporto nel mio zibaldone e cerco la motivazione della piccola pena che mi son dato di trascriverla. Non voglio chiosarla perché essa appare chiara nel suo assunto, ed io poi non sono un commentatore, sento di essere un trascrittore. Una ragione vitale mi ha indotto a questa operazione che agli occhi di altri potrebbe apparire anodina ed è per me invece come la scoperta di una pagliuzza d’oro tra la sabbia del letto d’un fiume per un cercatore. La lettura come operazione di setacciamento, di ricerca, di vaglio. Oh, quante cose inutili (ma lo erano davvero?) ho letto, anche tra i Grandi del passato! Quanta sabbia è passata nel mio setaccio e quanto poco oro ho raccolto! Ma forse basta poco per vivere.
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Smarrimento. In un pensiero del febbraio 1984, Giorgio Agamben dice: “Noi ci siamo smarriti”. Col “noi” intende senza dubbio “noi tutti”, uomini della civiltà occidentale, dediti, egli dice, alla “scienza” e alle “istituzioni sociali”: “In ogni cosa che facciamo dovremmo innanzitutto essere coscienti di questo, dovremmo innanzitutto cercare di non accrescere lo smarrimento.” Essere coscienti, cioè, che la scienza non ha fatto altro che regalare all’uomo la possibilità di autodistruggersi, mentre le “istituzioni sociali” gli hanno regalato il dominio dell’uomo sull’uomo e la perdita della libertà. In questo consiste il nostro smarrimento. Non dovremmo “accrescere lo smarrimento”, scrive Agamben. A questo fine dovremmo coltivare “le opere che ci aiutano a ritrovarci. La poesia e la filosofia dovrebbero essere tra queste”. (Quaderni volume II, 1981-1984, cit., p. 342).
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Cannibalismo umoristico. Nel Diario notturno (1956), Ennio Flaiano racconta il suo viaggio fantastico nel “paese di poveri”. Una tappa di questo viaggio è intitolata Tra i cannibali dell’Altopiano (capitolo VII) che il protagonista e voce narrante va a visitare a suo rischio e pericolo. Sono i cannibali Luoga e di essi sono elencati usi e costumi. Eccone un breve estratto: “Vivono in confortevoli abitazioni e non fanno mancare nulla alle loro mogli. Diventano padri amorevoli, un poco incompresi dai figli, che forse viziano troppo. Praticandoli, ti meraviglieranno le loro improvvise malinconie, specie in tempo di pace, quando non sono a caccia di cibo, ossia di stranieri.” (in Opere scelte, Adelphi, Milano 2010, p. 269). Col solito humour Flaiano ci fa riflettere su questa popolazione fantastica che però deve pur avere un qualche rapporto con la realtà; e dunque, la domanda che ci facciamo è la seguente: a chi allude Flaiano parlandoci dei cannibali Luoga? E la risposta viene da sé: ma a noi, certamente a noi!
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Nuove usanze studentesche. Entro in una quarta liceale frequentata da diciassettenni, alcuni dei quali, durante l’anno compiono il diciottesimo anno d’età (alcuni dovranno aspettare il quinto anno). Sulla parete di fondo campeggia un cartellone con le foto ben allineate degli studenti, sotto ognuna è indicata la data di nascita. Le foto li ritraggono infanti, a tre, quattro, al massimo cinque anni. Quando lo studente compie diciotto anni, appone una spunta di fianco alla foto. Che cosa vorrà dire tutto ciò? Certamente è un uso che la mia generazione (liceale alla fine degli anni settanta, inizi ottanta) non aveva! Lo chiedo agli studenti: è bello rivedersi da piccoli ora che sono diventati grandi! Con le loro foto da bambini messe in bella mostra per l’occasione dei diciotto anni, per i quali si prevedono grandi festeggiamenti, vogliono segnalare la fine dell’età infantile e l’inizio dell’età adulta. E tuttavia, il cartellone rimanda alla loro puerizia, implica una sorta di nostalgia, di rimpianto del bel tempo in cui…, come un desiderio di tornare indietro… e forse è di questo che si nutre la paura dell’andare avanti, l’accoglimento della nuova situazione, le responsabilità connesse alla maggiore età, ecc. Da adulti rivedersi piccoli, mostrarsi agli altri come si era nel passato, nello stato della puerizia non ancora molto lontano, ma che ora dilegua e induce all’infantilismo…
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Il paradosso di Alessandro Orsini. C’è del realismo in quanto afferma
Alessandro Orsini, Paradossi. I liberali devono sperare nella vittoria dell’Iran su Usa e Israele, ne “Il fatto quotidiano” del 21 aprile 2026, p. 11, a proposito della guerra in Iran: “È il liberalismo che mi spinge a sperare che l’Iran faccia presto a dotarsi dell’arma nucleare. Secondo la teoria liberale, un potere che distrugga tutti i contro-poteri diventa totalitario. Questo discorso si applica anche al Medio Oriente. Se l’Iran verrà sconfitto, il potere degli Stati Uniti e di Israele diventerà assoluto e ogni loro crimine sarà possibile (cosa che accade già oggi). Nessuno si opporrà più alla pulizia etnica in Palestina. Il progetto d’Israele è eliminare la resistenza palestinese per ripulire etnicamente la Palestina senza la minima opposizione.” Questa applicazione consequenziaria della teoria del liberalismo, che è l’ideologia dominante nelle nostre società, rivela qui tutta la sua tendenza suicidaria. Difatti, se vale per l’Iran, perché questo discorso non dovrebbe valere per tutti gli altri stati sovrani? Di qui la proliferazione nucleare senza limiti. Conclusione: ogni Stato disporrebbe dell’arma nucleare puntata contro gli altri. Che cosa potrebbe accadere? Penso al film Le iene di Quentin Tarantino (1992): in una stanza chiusa, la discussione degenera e tutti tirano fuori le armi e cominciano a sparare contro tutti perché nessuno più si fida dell’altro: non si salva nessuno!
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Che cos’è il liberalismo. Lo si deduce dai suoi esiti, tra cui innanzitutto la disaffezione dalla politica. Le persone hanno la percezione chiara che le decisioni fondamentali del vivere comune non sono affatto prese dai politici, ma da qualche potere che non si sa bene identificare perché si nasconde dietro i politici e li manovra secondo i suoi interessi. Il liberalismo (che bel nome! ma l’eufemismo nasconde l’inganno!), afferma l’economista Michael Hudson intervistato da Glenn Diesen in YouTube (m. 29.40), è fatto così: “E’ un sistema chiuso, controllato in modo centrale dagli Stati Uniti. Il liberalismo è pianificazione centrale, ma non da parte del governo, ma da parte del settore finanziario e del settore politico-militare; bisogna capire che si tratta di una pianificazione centrale, non della democrazia, ma della ricchezza finanziaria dell’apparato militare che serve a proteggere il proprio dominio”. La politica è sottomessa al potere finanziario e a quello militare, e questi poteri agiscono spalleggiandosi a vicenda, uno a sostegno dell’altro, nell’intento di riprodursi e incrementarsi, mentre la politica non fa altro che avallarne le scelte; ma fa di più: avvalendosi dei principali mass media, essa convince l’opinione pubblica della bontà, necessità, urgenza, ineluttabilità, ecc., delle scelte avvenute “altrove”. Per questo i cittadini, ridotti al rango di spettatori-consumatori, non credono più che il mondo possa cambiare in meglio. In altri termini, la politica è l’interfaccia del potere, sta tra l’apparato finanz-militare e quelli che un tempo chiamavamo “cittadini”. Aggiungo che questo spiega la mediocrità della classe dirigente occidentale ridotta al ruolo subordinato di mero esecutore di ordini. Le menti che dirigono davvero sono appunto “altrove”.




































































