
Galatina, Museo “Pietro Cavoti”: iscrizione nella lingua epicoria, con la dedica alla Signora Afrodite (Ana Aprodita) e con la formula di invocazione a Zeus (Klohi Zis, ascolta Zeus).
Interessante la notazione che nell’area fu anche rinvenuta una tomba e che il sito appariva cosparso di tegolame e di cocci tanto da far pensare alla presenza di un’antica città. La località in questione si trova a sud di Galatina, verso Noha e Sogliano Cavour dove ricordo di aver notato, molti anni fa in occasione di lavori edili, materiali di età preromana. Valeria Melissano e Giovanni Mastronuzzi, i quali hanno studiato sistematicamente queste zone riferiscono che, in effetti a Sogliano Cavour, fu rinvenuta una tomba riferibile al V sec. a.C., ma che le prospezioni in quest’area e nel contiguo territorio di Cutrofiano, hanno messo in evidenza una fitta occupazione del territorio agricolo in età romana (vedi V. Melissano, in Studi di Antichità, Università di Lecce, 6, 1990). L’iscrizione messapica di Galatina va con tutta probabilità riferita alla frequentazione del territorio di Soleto, un centro messapico di una certa importanza che è stato di recente oggetto di indagini da parte di un’equipe dell’Università di Montpellier guidata da Thierry van Compernolle.
Possiamo dire che L. Viola non si sia direttamente occupato dei Messapi; anche nel romanzo “Pater” non c’è traccia di sue attività di ricerca sul terreno della sua città natale, o di sue curiosità antiquarie nel periodo dell’adolescenza, prima di andare a studiare a Napoli le lingue antiche. La sua prima formazione fu dunque di tipo filologico e probabilmente la passione per l’archeologia dovette manifestarsi in pieno soltanto durante un suo soggiorno ad Atene come allievo della Scuola Italiana di Archeologia, che aveva sede a Roma e, già qualche anno prima, nella partecipazione agli scavi di Pompei, su invito del suo maestro Giuseppe Fiorelli.
La sua attività di archeologo ha la colonia ellenica di Taranto come punto quasi esclusivo di riferimento. Qui ebbe modo tuttavia di fare una scoperta di grande importanza per la conoscenza delle prima fasi di sviluppo della cultura iapigio-messapica, identitaria per la penisola salentina: il deposito di Borgo Nuovo, nella zona della Città Nuova dove oggi sorge la Chiesa del Carmine. In un pozzo vennero alla luce decine di vasi riferibili ad attività rituali che nell’area si svolgevano nella prima metà dell’VIII sec. a.C., quando il territorio tra i due mari era occupato dai villaggi a capanne delle popolazioni indigene, nei decenni che avevano preceduto l’arrivo dei coloni spartani negli anni intorno al 706 a.C., genti venute dal Peloponneso che l’oracolo di Delfi indicava come “pema Iapygessi”, sciagura per gli Iapigi e per le altre popolazioni già insediate nell’area.

L’influenza di Luigi Viola nella mia scelta di fare l’archeologo
Molte sono le implicazioni personali che mi legano a questa figura di studioso; non ultima la lunga permanenza nel Salento, dedicata allo studio delle sue radici antiche, che me lo fa sentire ancora più vicino, nell’essere accomunati dall’amore per questa terra così speciale. Mi piace pensare a come avrebbe reagito Luigi Viola, lui salentino trapiantato a Taranto, di fronte alle scoperte di Castro dove chi scrive, tarantino trapiantato nel Salento, ha portato alla luce un santuario di Atena dope operarono scultori provenienti dalla città bimare. Sarebbe stato certamente felice di vedere come opere tarantine di altissimo livello artistico avessero modellato lo spazio sacro dell’Athenaion posto sullo stoma, come gli antichi chiamavano questa parte del Mediterraneo che accoglie le rotte della navigazione all’interno del golfo adriatico. E si sarebbe stupito anche della scelta, geniale, degli scultori ellenici di utilizzare la pietra leccese per inventare un fregio di girali floreali abitati da animali e figure umane, che nella inesauribile fantasia e nella ridondanza dello stile anticipava di quasi duemila anni il barocco del suo Salento.

La conoscenza di Luigi Viola risale al periodo dell’adolescenza a Taranto quando, per il quindicesimo compleanno, mio padre Cosimo mi aveva regalato un libro. Aveva scelto il romanzo di Cesare Giulio Viola, dal titolo “Pater”, che parlava di affetti famigliari e di archeologia. Mio padre faceva un mestiere che più tarantino non poteva essere, come ragioniere della COMIOS, cooperativa Mitilicultori Ostricultori del Mar Piccolo. La dedica, scritta nella stessa pagina in cui Cesare Giulio dedica il libro a suo figlio Luigi, potrebbe oggi sembrare retorica ma mio padre amava profondamente la storia e la letteratura. “A Franco, figliolo mio amatissimo, nel suo quindicesimo compleanno, mentre tra le ansie e i turbamenti di questa età comincia ad affacciarsi alla vita, questo modesto ricordo offro con la piena dei più profondi e intimi sentimenti. Ta, 21.7.1958 papà”. Mi ero immerso nella lettura e si era andato rafforzando il mio interesse per l’archeologia, negli anni in cui nella città si verificava l’esplosione edilizia e, tornando a piedi da scuola, vedevo affiorare montagne di cocci dagli scavi nei cantieri.
Poi il primo anno di Lettere Classiche alla Cattolica di Milano e, al mio Professore di Storia dell’arte Gian Alberto Dell’Acqua, avevo raccontato di una chiesa rupestre con affreschi bizantini a Taranto: la cripta del Redentore, scoperta da Luigi Viola. Egli mi aveva esortato a scrivere una tesina, e a documentarla con foto e disegni. Con mio fratello eravamo scesi all’interno del vano, pieno di ragnatele, che appariva in uno stato deprecabile di abbandono e un giornalista del Corriere del Giorno aveva pubblicato un breve articolo sulla “riscoperta della cripta” da parte di due giovani. Solo che per un errore di stampa la cripta da basiliana era diventata “Brasiliana”.
Quando poi avevo vinto il concorso di Ispettore nel 1972, già ero rientrato al sud e lavoravo con Dinu Adamesteanu tra Matera e Metaponto. Ma le complicate vicende della mia nomina mi ricordavano che Luigi Viola, a causa di incomprensioni con personaggi influenti del Ministero, da Taranto era prima stato trasferito a Napoli, poi a Bologna, costringendolo infine alle dimissioni. Infatti, quando avevo chiesto di poter essere destinato ad una delle Soprintendenze del Sud, per continuare a lavorare a Metaponto con Adamesteanu, oppure a Taranto, nella mia città, avevo ricevuto dal Ministero un netto rifiuto. Qualche anno prima a Sibari (anche questa una località in cui era stato coinvolto Viola), avevo avuto il torto di esprimere con eccessiva sincerità il mio parere, con la tipica incoscienza giovanile di quegli anni di contestazione, ad un personaggio molto influente dell’archeologia dell’epoca, che aveva posto il veto sulla mia destinazione in una Soprintendenza dell’Italia meridionale. Così mi avevano inviato a Campobasso dove avevo resistito solo tre mesi (non amo la montagna, la neve e gli sci); mi ero subito dimesso perché, fortunatamente, ero stato chiamato come assistente all’Università di Lecce.
Luigi Viola e Taranto
Luigi Viola è strettamente legato alle origini della ricerca archeologica a Taranto. Per ricostruire la sua vicenda mi sono avvalso di strumenti preziosi come il bel libro dell’amico Angelo Conte (I signori del piccone) o il volume corposo e riccamente illustrato, stampato da Mandese nel 1988 per celebrare il centenario del Museo di Taranto, oltre che le schede esaustive di Arcangelo Alessio per il Mudit (Museo degli illustri tarantini), poi confluite nel volume dello stesso autore (Luigi Viola. Un archeologo nella Taranto postunitaria, Taranto 2024).

Siamo negli anni tra il 1880 e i primi anni novanta del secolo e la città sta per scavalcare il fossato per lanciarsi alla conquista dei vasti spazi di urbanizzazione della città nuova lungo la via per Lecce. Sulle rive del Mar Piccolo doveva sorgere l’Arsenale che avrebbe fatto della città il polo della Marina del nuovo Regno d’Italia. Era questa la zona in cui si era sviluppato l’abitato della polis antica, oltre l’acropoli corrispondente alla città vecchia, arroccata sull’isola attuale. Una zona estesissima delimitata a ovest dall’agorà (piazza Garibaldi) e ad est delle fortificazioni; sul Mar Piccolo , in una posizione paesaggistica straordinaria erano sorte ville come quella di mons. Capecelatro, i conventi degli Alcantarini (S. Pasquale) e dei Paolotti di S. Francesco di Paola, un paesaggio non uniforme, con piccole alture e sbalzi di quota (Monte delle Vacche), creati anche dalle rovine degli edifici della grande metropoli di Archita. Questo mondo viene investito da un immane progetto urbanistico che si concentra sul lato verso Mar Piccolo nella costruzione dell’Arsenale e nella restante parte attraverso lo spianamento delle differenze di quota, al fine di impostare la maglia ortogonale della città nuova e realizzare i sotto-servizi. Solo alcune alture furono risparmiate come quella sulla quale sorgeva il Convento e la chiesa di S. Giovanni di Dio dei Fatebenefratelli, che poi divenne sede dell’Ospedale. Infine il taglio del fossato, per creare il Canale navigabile. Questo programma di modernizzazione toccava però le profondità più riposte del sottosuolo, dove si erano conservati i tesori di arte della città antica e poneva in primo piano l’esigenza di tutelare e conservare queste testimonianze. Ma mancavano le leggi e chiunque poteva scavare nel proprio terreno e aveva diritto a tenere per sè o a vendere i reperti (e si trattava di migliaia di oggetti che sono andati ad arricchire i Musei di tutto il mondo). Lo Stato poteva intervenire per acquistare i pezzi ritenuti importanti, ma in un quadro caotico di carenza di mezzi e di una sia pur minima organizzazione della tutela. Per comprendere quindi la portata dell’opera di Viola ed evitare ingiusti giudizi di censura, bisogna inquadrarla nel contesto difficile dell’epoca. Una foto serve di sintesi delle difficoltà per chi volesse fare archeologia a Taranto: quella del cantiere di scavo per il Canale Navigabile, sulle due sponde del fossato dove si erano stratificate strutture di ogni epoca. Un vero girone infernale per chi volesse impostare un pur speditivo intervento di ricerca archeologica. Luigi Viola si trovò ad operare in questo contesto, privo di strumenti e di personale, con un Ministero lontano nel quale personaggi influenti dell’archeologia dell’epoca giudicavano senza tuttavia aiutare realmente a risolvere i problemi. A rendere ancora più difficile la sua posizione era il matrimonio con Caterina Cacace, figlia del maggiore imprenditore edile della città, impegnato attivamente anche nel commercio dei reperti di scavo, cosa che poneva inevitabilmente Viola in una oggettiva situazione di conflitto di interessi, sino a portarlo alla decisione di dimettersi, dopo i trasferimenti, prima a Napoli, quindi a Bologna.
Per comprendere questa realtà serve l’equilibrato giudizio di Ettore De Juliis nella sua introduzione al libro di Conte: «Si giunge così alle dimissioni del Viola, all’uscita di scena di un personaggio “geniale”, che, in pochi anni, aveva gettato le basi, ancora oggi valide, dell’archeologia tarantina, il quale solo la malevolenza di alcuni suoi illustri colleghi poteva accusare di “indolenza”».
Di tutt’altro tenore ed eccessivamente severo, appare il giudizio di Enzo Lippolis nel volume sui cento anni del Museo:” Le colpe del Viola consistono in una carenza di motivazioni scientifiche reali e nel progressivo adattarsi alle situazioni di una provincia indifferente e poco democratica”. Una vera, definitiva, ma ingiusta, stroncatura.

L’archeologo roveretano Paolo Orsi.
E tra gli illustri colleghi a cui si riferiva De Juliis, un ruolo di primo piano nella sfortuna di Viola, gioca la figura di Paolo Orsi, il grande studioso, membro dell’Accademia dei Lincei, molto influente anche presso il Ministero.
Va anche detto che le due figure, del Viola e di Orsi, non potevano essere culturalmente più diverse, in un momento in cui, come dice il motto attribuito a Massimo D’Azeglio, “Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani”. Il primo era nato sotto i Borbone, da una famiglia di agiati artigiani di Galatina, e per mantenersi agli studi, era entrato nel seminario dei Padri Scolopi; all’Università di Napoli era stato allievo di Luigi Settembrini. L’altro, di famiglia borghese, era nato sotto l’Impero asburgico, aveva studiato all’Imperial Regio Ginnasio di Rovereto, K. u K. Kaiserlich und Koeniglich Gymnasium (ora Liceo “Antonio Rosmini”) e aveva completato i suoi studi a Vienna. Immagino anche che i due uomini parlassero un italiano con inflessioni molto diverse, al di là del linguaggio burocratico che traspare dalle loro lettere. Nel romanzo di Cesare Giulio, a proposito dell’ultimo ritiro a Solito della sua famiglia: ”Non più la speranza di ritrovamenti archeologici tiene mio padre; forse in lui fermenta un amore che gli deriva dalla sua progenie rustica: la terra che produce…..” quando infine decide di dedicarsi alla coltivazione della vigna.
Tuttavia le argomentazioni addotte a detrimento di Luigi Viola, avevano i loro limiti, in particolare nel confronto tra Taranto e Siracusa dove Paolo Orsi rivendicava, a giusto titolo, di aver realizzato le grandi scoperte nella maggiore città greca di Sicilia: in una lettera del roveretano a Quintino Quagliati, inviata al momento del suo insediamento alla direzione del Museo come successore del Viola “Ella costà raccoglie delle tristi eredità: la negligenza cronica del Viola… Se si fosse provveduto, inviando costà una persona capace ed energica, il Museo di Taranto sarebbe di gran lunga superiore a quello di Siracusa…”. Ma nella città siciliana nessun canale navigabile aveva sventrato l’isola di Ortigia, né un Arsenale era stato costruito sul sito della fonte Aretusa. A differenza di Taranto, dove tutti gli edifici della città antica erano ancora sepolti dal terreno, i poli monumentali della colonia corinzia di Sicilia erano ancora visibili e le rovine imponenti del Teatro greco, dell’anfiteatro, delle Latomie, delle grandi fortificazioni dionigiane ancora ne segnavano il paesaggio e già rappresentavano un’attrazione per i viaggiatori di tutta Europa.
Nonostante il contesto a dir poco difficile in cui si trovava ad operare e le ostilità del Ministero, possiamo affermare che Luigi Viola è il protagonista dell’inizio pionieristico, drammatico e contraddittorio, della ricerca archeologica a Taranto, essa stessa città ricca di drammi e di contraddizioni.
Al Viola si deve la prima carta archeologica della città, redatta in collaborazione con l’ing. Tascone, in cui sono chiaramente segnati in pianta i limiti dell’abitato antico costituiti dalle fortificazioni e i principali contesti. La pianta fu pubblicata in un articolo su Notizie degli scavi di Antichità 1881, la prestigiosa rivista dell’Accademia dei Lincei, fondata nel 1874 dal biellese Quintino Sella, già Ministro delle Finanze, non appena fu eletto Presidente dell’Accademia, con l’obiettivo di unificare l’Italia attraverso la conoscenza del suo patrimonio archeologico, rivista che da quasi 150 anni svolge ancora questa funzione.
Va anche detto che le carte realizzate successivamente hanno sempre fatto riferimento a questo primo strumento, aumentando le informazioni che via via gli scavi fornivano. Tuttavia manca ancora una vera carta archeologica di Taranto in cui tutti i rinvenimenti siano posizionati su base GIS, in Open Access. Ora il progetto condotto da Grazia Semeraro in collaborazione con Soprintendenza a MArTA, nell’ambito del Dottorato che unisce le Università pugliesi, fa ben sperare e già le piante di fase permettono di leggere criticamente lo sviluppo della città antica.
A Viola dobbiamo il merito di aver impostato le principali tematiche riguardanti Taranto, ad iniziare dal tema cruciale del rapporto con il precedente insediamento iapigio, al momento della fondazione della polis da parte dei coloni spartani, con la scoperta dei materiali precoloniali nella zona della chiesa del Carmine (pozzo d’Eredità), di aver individuato il tempio dorico inglobato nella chiesa della Trinità e le fortificazioni, di aver recuperato migliaia di terrecotte figurate, dalla stipe delle divinità ctonie del Pizzone, di aver proposto una tipologia delle tombe greche di Taranto (dalle sepolture a fossa alle tombe a camera), e basta sfogliare il volume per i cento anni del Museo per rendersi conto dell’importanza di queste scoperte. Alle quali va aggiunto il recupero di un documento fondamentale non solo per la storia di Taranto e delle istituzioni giuridiche romane di età repubblicana, la tabella in bronzo della Lex municipi tarentini: anche per questo meritorio intervento nessun riconoscimento gli giunse da parte del Governo centrale, anzi l’affronto di affidarne ad altri la pubblicazione nelle Memorie dei Lincei, senza che neppure fosse citato tra gli autori.

La tabella in bronzo della Lex municipi tarentini.
La Lex permette di comprendere il contributo di Viola anche alla conoscenza di Taranto romana. Tra la collina del vecchio ospedale (S. Giovanni di Dio) e il brutto edificio comunale ora adibito a parcheggio, egli aveva identificato e portato alla luce un muro curvilineo in opera reticolata tipica degli edifici romani della prima età imperiale, che aveva identificato correttamente con l’anfiteatro, uno dei maggiori di Puglia, come hanno potuto confermare gli scavi della Soprintendenza. Ma anche per questo monumento che poteva diventare, come è avvenuto a Lecce nello stesso periodo per merito di Cosimo De Giorgi, il cuore di un parco archeologico urbano, la scoperta di Viola non ebbe alcun seguito. Non ha mai preso forma un’idea dello sviluppo di Taranto che valorizzi adeguatamente le sue straordinarie memorie. Indifferenza? Scarsa autostima? Sta di fatto che sopra le rovine dell’arena romana continuò imperterrita l’edificazione, anzi tutto fu obliterato agli inizi del Novecento dal Mercato coperto. Non fortuna migliore ebbe la mia proposta sulla necessità di valorizzare il monumento, pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 30 gennaio 2021. Al mio seguirono interventi di importanti studiosi come il nostro concittadino Emanuele Greco, Dieter Mertens, Piero Guzzo, tutti a sostegno dell’idea. E neppure il PNRR ha potuto fornire le risorse per un intervento che facesse almeno un poco emergere la memoria fisica di quello che era Taras-Tarentum, la metropoli del Mediterraneo.
Il mio desiderio di contribuire alla conoscenza scientifica della mia città si è infine realizzato con la mostra Athénaion, aperta presso il MArTA nel 2022-2023, che racconta la scoperta di un’altra piccola Taranto alle porte dell’Adriatico dove scultori che ho subito riconosciuto come miei antichi concittadini hanno lasciato opere straordinarie, ancora tutte da scoprire, nel luogo in cui Enea, reduce da Troia, toccò per la prima volta le sponde dell’umile Italia (Verg., Aen., III, 521-550).

Ma le scoperte di Viola esigevano uno spazio in cui essere esposte ed egli si adoprò senza risparmiarsi per realizzare l’impresa, identificando le sede del futuro Museo nell’edificio che era stato convento degli Alcantarini, accanto alla chiesa di S. Pasquale; dopo l’unità il Governo, come per altri innumerevoli Beni Ecclesiastici in tutta Italia, aveva espropriato l’edificio e i monaci erano stati costretti ad abbandonarlo. L’idea di Luigi Viola era quella di creare a Taranto un Museo che raccogliesse le testimonianze relative a tutta la Magna Grecia, e infatti nei decenni successivi affluirono materiali provenienti dalle altre regioni del Meridione, un Museo che poteva competere con quello di Napoli! Con Regio Decreto del 3 aprile 1887, firmato dal re Umberto I, venne istituito a Taranto il Museo Nazionale: tre soli articoli, un modello di semplificazione burocratica, se pensiamo agli elenchi interminabili e incomprensibili di “Visto art.”, di cui sono infarciti oggi tutti i documenti del MIC, anche per spostare un oggetto da una sede all’altra dello stesso Ministero, per non parlare delle concessioni di scavo, sulle quali gli Enti di ricerca e le Università incontrano sempre maggiori complicazioni burocratiche che paralizzano non solo i richiedenti ma gli stessi Uffici periferici del Ministero.
Nonostante le contraddizioni del personaggio e gli episodi incresciosi come la vendita degli argenti Rotschild che ora si trovano a Louvre e che furono ceduti dal suo suocero, appare innegabile che l’origine della ricerca archeologica nella nostra città sia indissolubilmente legata alla figura di Luigi Viola, al quale bisogna riconoscere il merito di aver posto le basi per l’opera di quanti hanno lavorato in seguito, costruendo una metodo ed una capacità operativa che potevano trovare supporto in un nuovo quadro legislativo e organizzativo.
Oggi il MaRTA, con la gestione autonoma e grazie all’opera delle sue Direttrici Eva Degl’Innocenti ed ora Stella Falzone, ha ritrovato una centralità nella vita culturale di Taranto ed una nuova collocazione nazionale che neppure le recenti Riforme dei Beni Culturali sono riuscite a mettere in crisi.
[Convegno su Luigi Viola. Polo Biblio–Museale Galatina, 24 aprile 2026. Parte di questo testo costituisce la Prefazione al volume: A. Alessio, Luigi Viola. Un archeologo nella Taranto postunitaria, Taranto 2024, pp. I-X.]




































































