I resti di Babele 70. Il Salento inventato dai poeti

di Antonio Errico

Ennio Bonea

Per tutto il Novecento, in particolare negli anni della seconda metà, la letteratura, soprattutto la poesia, ha trasformato il Salento in una espressione poetica, ne ha elaborato un’idea, una connotazione, una visione, una identità profonda, una fisionomia che lo rende diverso da ogni altro luogo, riconoscibile nel tessuto delle parole. Lo ha inventato. I poeti hanno impastato la dimensione antropologica, storica, geografica di una subregione culturale (bisogna ricordarsi di Ennio Bonea) trasformando il reale in una figurazione, una fantasmagoria, in una trasparenza di immagini. Molta poesia del Novecento salentino è caratterizzata  da una sospensione del reale e da un’immaginazione che lo sostituisce, da un riflesso delle cose, dal loro riverberarsi, anche deformarsi, dalla parvenza, dallo sconfinamento nel fantastico, dalle ombre che si allargano, si spandono, e assumono forme a volte indecifrabili. 

Forse è con questa condizione di sospensione  che la poesia rende il luogo chiamato Salento diverso da ogni altro, che lo rende riconoscibile, lo fa sentire comunque vicino, nonostante i cambiamenti radicali che lo hanno attraversato.

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